Com’era gaudente e fatale la «Dolce vita»

È morta e sepolta, né qualcuno si straccia le vesti per la sua dipartita, però la tengono “su” con periodiche iniezioni di Riesumina, di moda mentre il costume nazionale galleggia nel pantano. È la Dolce Vita, che s’aggirò nella romana Via Veneto nei Sessanta del boom e che Federico Fellini, il Mago di Rimini, evocò nel celebre, omonimo film. Anitona a Fontana di Trevi, Mastroianni con l’aria sfatta del nottambulo paraculo, Anouk Aimée che pare il primo travestito della Capitale... Icone arcinote dell’iconica e frusta Dolce Vita, in caduta libera nel documentario prodotto e distribuito da Medusa Il backstage ritrovato. Dolce Vita Mambo! di Antonello Sarno (25 minuti), andato in scena all’Auditorium all’apertura del Festival di Roma. Da saprofiti solerti, vedove e giornalisti, attrici ormai inoperose e scrittori nostalgici, gente, insomma, da festival, aveva omaggiato la sezione obituaria (da Fellini alla Masina, da Mastroianni a Rascel, da Krusciov a Cugat sono tutti morti) per presentare il dietro le quinte della pellicola felliniana. Costato 40mila euro, basato su documenti RaiTeche e Luce, il film di montaggio, con musiche originali d’epoca ci rimanda un’Italia di cumenda grassocci come Rizzoli, finanziatore di F.F. insieme al napoletano Peppino Amato. Un Paese di uomini arrapati, che di notte s’assiepano a Fontana di Trevi per sbirciare le carni bianche della scandinava Anitona, a mollo nell’acqua. Una Roma già godona, dove una dozzina d’indossatrici sfila lungo una via Veneto di lusso e di struscio (non ci andava solo Scalfari Eugenio, ai tavolini del Cafè de Paris, ma anche Flaiano, Patti, La Capria). Cinecronaca e varietà, dunque, si fondono come in un Cafonal di Dagospia: politici, donne procaci e paparazzi. Il docufilm potrebbe concorrere all’Oscar, l’anno venturo (nella sezione «short films»), visto che il made in Italy prediletto negli Usa è questo.