Com’erano belle quelle «Lettere del Mostro»

Zanoletti legge stasera la corrispondenza che il giovane Tomasi di Lampedusa, l’autore del Gattopardo, inviò ai cugini

Viviana Persiani

Il pubblico milanese non deve lasciarsi impressionare dal titolo poco rassicurante, ma lo spettacolo di questa sera al Teatro di Verdura Lettere del “Mostro” è un’occasione speciale e preziosa per soddisfare la sete di cultura della platea meneghina. Si tratta, infatti, della pubblicazione in esclusiva di epistole inedite di Tomasi di Lampedusa (l'autore del Gattopardo), indirizzate ai suoi tre cugini Piccolo, Casimiro, Giovanna e il poeta Lucio.
Sarà Antonio Zanoletti a dare voce e spirito alle lettere scritte tra il '25 e il '38 da un autore molto giovane, ma non per questo superficiali. «In effetti - racconta Zanoletti, presenza fissa del teatro sotto le stelle - è materiale inedito dal quale emerge un Tomasi assetato della vita, curioso e che, durante i suoi interminabili viaggi, persevera nel suo stato di consapevolezza, spinto dalla conoscenza e orientato verso un approfondimento del senso della vita».
In che occasione sono state scritte queste lettere?
«L'autore siciliano, sull’onda di Goethe e di altri poeti, salpa dalla sua Sicilia per approdare in Europa: Berlino, Londra, Parigi, sono le città delle quali, continuamente, dipinge dei ritratti paesaggistici, definendo gli aspetti più profondi come le caratteristiche della gente, le loro tradizioni culinarie piuttosto che le loro consuetudini».
Chi è il suo interlocutore preferito?
«Sulla scena, io dò voce a Tomasi, ma anche a Lucio Piccolo del quale faccio un contrappunto poetico. Il ruolo di questo personaggio, molto stimato da Montale, giovane, di profondissima cultura, sta nell'aver vissuto per proiezione le esperienze del cugino; stando legato alla sua terra d'origine, al suo piccolo paese alle porte di Palermo, ha conosciuto il mondo attraverso la fantasia. Lui, che trasformava in poesia le piccole cose del mondo quotidiano, godeva delle passioni, della curiosità e delle avventure del cugino in terra straniera».
Perché Lettere del “Mostro”?
«Così è stato definito dai suoi cugini, intendendolo mostro di conoscenza, di bravura, di intelligenza».
Tomasi, da buon siciliano, non ha mai sofferto di nostalgia?
«Come poi dichiarò nel Gattopardo, occorre lasciare la Sicilia prima dei vent'anni per non soffrire della lontananza da questa terra. Anche dalle lettere emerge struggente il disagio per l'assenza dei profumi della propria patria; come Pirandello, del resto, che quando andò a Bonn, non riuscì a rinnegare la propria amata terra. Anche se, comunque, per Tomasi è naturale confrontare con feroce spirito critico il proprio popolo con quello europeo».
Qual è l’aspetto più pregnante che emerge dalle Lettere?
«Di grande acutezza, Tomasi risulta un buon osservatore d'arte; a parte i minuziosi e suggestivi racconti dei paesaggi, non mancano anche delle descrizioni sarcastiche dei ritratti e delle opere d'arte».
Sulla scena è da solo?
«No, al mio fianco ci sarà anche il critico Ermanno Paccagnini, deputato ai commenti: in una sorta di dialogo con la platea, Paccagnini lega certi momenti della lettera con delle spiegazioni e dei chiarimenti. Come ad esempio, quando si parla del Circolo Bellini di Palermo ecco che Ermanno, interviene con didascalie. Nei panni di colui che io definisco “Petronio dello spettacolo”, Marcello Dell'Utri, come padrone di casa e della materia interverrà come presentatore; conoscendo a memoria le singole lettere, ha piena consapevolezza dell'importanza delle epistole»