Com’è grottesca la lotta tra bene e male

La trasposizione del dramma shakespeariano punta sulla forza allegorica delle caricature

La scena iniziale rimanda atmosfere dark, presentandoci una folla di sgarbati «mostri», al ritmo martellante di un furioso rap, restituiscono l’idea di una società degradata. Ma, per quanto sia lo stesso Shakespeare a tratteggiare, in quel testo prismatico e metaforico che è Misura per misura, una Vienna (seicentesca) lassista e marcia, qualcosa in questa trasposizione firmata da Gabriele Lavia (di scena all’Argentina fino al 6 maggio) stride sin dalle prime battute. Come se, al di là di una «vicinanza» temporale affidata ai costumi e alla musica, il regista non fosse riuscito a trovare una linea interpretativa solida e coesa. Mentre assistevamo allo spettacolo, ci sono venuti in mente due precedenti allestimenti diretti da Luca Ronconi e Carlo Cecchi, ci avevano colpito, nel primo caso, per la raffinata «macchina del male» che - tra scale disseminate ovunque e geometriche simmetrie nella resa dai personaggi - vi si intercettava e, nel secondo, per la lineare semplicità del linguaggio scenico adottato. Qui siamo lontani da entrambe queste prospettive, così come siamo lontani dall’equilibrio raggiunto dallo stesso Lavia nell’Avaro di Molière: originale sfoggio di teatralità barocca non scevra da accenti contemporanei. Teatralità che si ritrova pure in questo lavoro shakespeariano, ma che qui viene spinta ad approdi tanto grotteschi da risultare caricaturale e confusa. Ad ispirarla è senza dubbio il carattere allegorico del testo, bizzarra miscela di tragedia e commedia dove guerreggiano tra loro Bene e Male (purezza e potere, buona fede e corruzione, sincerità e ipocrisia, legge e fede, amore e sesso) e dove, in definitiva, si dimostra che tutti compiono volentieri quegli stessi peccati che condannano. Lasciato il governo della città al vicario Angelo (il giovane Lorenzo Lavia, ridotto a un manichino del potere), il Duca di Vienna (interpretato dal regista forse con eccessiva enfasi) si finge monaco e osserva in incognito l’operato del nuovo re e del suo popolo nel tentativo di capire come la condotta dell’uno determini quella dell’altro. In sua assenza, però, il mondo si rovescia (un plauso particolare va alla scenografia mobile di Carmelo Giammello) e il male si infiltra dappertutto. Solo il suo ritorno porterà la cose a posto, ricomponendo un’apparente armonia dal sapore fin troppo (meta)teatrale.