In coma, nessun ospedale lo ricovera

Un calvario senza fine, sballottato da un ospedale ad un altro, rifiutato da tutte le strutture a cui i familiari si erano rivolti in cerca di assistenza, finito in una casa di cura dove non avevano i mezzi per curarlo e poi trasferito in un ospedale di Cassino soltanto grazie all’intervento dei carabinieri chiamati dal figlio. È l’odissea di un uomo di 60 anni, Tommaso Lauri, cominciata lo scorso 1° aprile con un infarto seguito da ipossia e ancora oggi in rianimazione in coma vigile.
Una tragedia doppia per la sua famiglia, che non è riuscita a trovare in tutta Roma e neanche in Provincia una struttura in grado di ospitarlo e curarlo. Al contrario, la moglie e il figlio del paziente, in due diverse occasioni, si sono sentiti dire dai medici che generalmente malati gravi in queste condizioni «vengono lasciati andare». «Non sappiamo come fare - spiega il figlio, Christian Lauri - è mai possibile che a Roma e dintorni non ci sia un posto per mio padre e che deve stare in un posto dove non vogliono curarlo e non hanno i mezzi. È uno scandalo, se qualcuno non ci darà ascolto saremo costretti a presentare una denuncia o a incatenarci davanti al ministero della Sanità».
Sono passati quasi due mesi dalla sera in cui Tommaso Lauri si sente male e perde conoscenza. Con lui c’è il figlio di 27 anni, che cerca di soccorrerlo come può, praticandogli la respirazione artificiale e il massaggio cardiaco. Dopo 15 minuti arriva l’ambulanza del 118 e trasporta l’uomo al Policlinico Casilino. Serve un’angioplastica, ma lì non si può fare. Dall’ospedale partono i fax per cercare una struttura disponibile. È il Pertini la prima ad accogliere la richiesta: qui Lauri viene operato e gli vengono immessi due stent. Dopo dodici giorni viene trasferito, sempre in coma, nel reparto di rianimazione del San Giovanni, dove gli praticano una tracheotomia. «A questo punto mio padre - racconta Christian Lauri - si è coperto di gravissime piaghe da decubito. Avrebbe dovuto essere girato ogni 2-3 ore, come da prassi, invece è stato lasciato sempre nella stessa posizione». I medici non nascondono ai familiari che la situazione è grave ma stazionaria e che le possibilità di miglioramento sono pressoché nulle. Dicono di più: lì non può rimanere, ha bisogno di una terapia del risveglio. Ma è impossibile trovare una struttura che accetti pazienti in coma. I medici suggeriscono una casa di cura di Cassino, i parenti non ne vogliono sapere. Per una questione di lontananza ed anche economica. Ma alla fine sono costretti a cedere. Il trasferimento viene effettuato il 23 maggio. Ma la situazione peggiora, il paziente ha un collasso («Gli hanno fatto andare la pressione a 60/50», denuncia il figlio) e la struttura non ha un reparto di cardiologia. «I dottori - racconta Christian Lauri - ci hanno più volte detto che la situazione era molto grave e che non sapevano come mio padre avesse fatto a vivere per tutto questo tempo: al massimo, in quelle condizioni, i malati non superavano il mese». Poi il fatto più grave: due medici dicono senza giri di parole al figlio e alla moglie del paziente, in due momenti diversi, che malati in questo stato generalmente vengono lasciati morire dai familiari, che poi donano gli organi. Davvero troppo. Sempre più disperati i parenti chiedono il trasferimento in una struttura adeguata, ma non trovano terreno fertile. Gli dicono, tra l’altro, che sarebbe stato possibile portarlo altrove solo nel caso in cui fossero stati loro a trovare un ospedale disponibile e a provvedere al trasporto in ambulanza. A questo punto la famiglia Lauri decide di rivolgersi ai carabinieri per ottenere il trasferimento. Due ore e mezzo dopo la chiamata, infatti, il malato viene mandato all’ospedale civico di Cassino, che però è aperto soltanto da due mesi e ha molti reparti ancora non funzionanti. Ma anche questa è una situazione provvisoria. I dottori infatti continuano a dire che il reparto di rianimazione non è il posto per lui. Ma, poiché un altro posto non si trova, meglio riportarlo nella casa di cura.