«In coma sentivo e capivo»

Cristiano Gatti

Anche nascendo la seconda volta, non gli è venuta una parola diversa: «Mamma». Un richiamo ancestrale, il disperato e tenerissimo grido di tutte le anime candide e smarrite: «Mamma». Serve una mamma, ogni volta che cominciamo o ricominciamo la vita.
Bentornato Salvatore. Salvatore è tornato dal suo viaggio lunghissimo e misterioso, due anni di libero vagabondaggio nelle sconfinate praterie del coma. Lì si era perso nel settembre del 2003, giornata fatidica numero 11, catapultato con violenza da un tremendo incidente stradale. L’avevano dato per spacciatissimo, nessuno scommetteva più un cent sulla possibilità di un ritorno tra di noi. Luminari e professoroni, tutti certissimi sull’ineluttabilità del caso. Tutti davanti al suo letto, a questo sudario del nulla che è il letto del coma, scuotendo la testa e spazzando via le speranze. Il caso - il caso? - ha voluto però che accanto a questo letto ci fosse sempre un cocciuto assertore dell’impossibile: il fratello Pietro. Una storia che l’Italia ha imparato a conoscere la scorsa primavera direttamente dai teleschermi: parlando nello sfogatoio di «Porta a Porta», proprio Pietro lanciò l’ultima sassata che gli restava. «Se entro il 5 maggio non viene trovata una soluzione per mio fratello, staccherò la spina».
Nell’enfasi e nell’emozione del caso Terry Schiavo, la provocazione lasciò il segno. Il ministro Storace chiamò privatamente, una soluzione venne trovata, e da quel giorno la storia può essere raccontata così: lo spacciatissimo Salvatore viene accolto dall’ospedale San Donato di Arezzo, dopodiché si registra il prodigio che la scienza più avanzata e sicura di sé aveva assolutissimamente escluso, e come no, Salvatore dà i primi segnali di vita. Muove la testa, risponde a comandi, piano piano arriva persino a comunicare qualcosa tramite uno speciale computer. Strano, molto strano, anzi impossibile: questo avevano assicurato tutti quanti gli specialisti di fama internazionale, scomodati dal temerario Pietro Crisafulli. Gran rompiscatole, questo italiano: gira gli ospedali di mezza Europa portandosi appresso, sul camper attrezzato, una strana cosa che si ostina a chiamare fratello. Ma è un illuso, dovrebbe farsene una ragione: dalla Svizzera all’Austria, per lui c’è la stessa risposta fornita a tanti suoi consimili, vincitori di quella tremenda lotteria che trasforma persone felici in «parenti di paziente in coma», status decisamente più penoso e angosciante di chi nel coma è personalmente immerso. Si rassegni, non c’è più nulla da fare: suo fratello non tornerà indietro. A Innsbruck sono persino più precisi: Salvatore morirà entro tre-quattro anni, per insufficienza respiratoria.
Mentre i dibattiti infuriano, mentre atei e nichilisti si uniscono ad affranti e disperati per invocare la libertà di una serena morte, mentre il partito del sempre e comunque ammonisce sull’intangibilità della vita, anche di quel pochissimo che resta, mentre le coscienze giustamente si lacerano alla ricerca di un’impossibile risposta, Salvatore lentamente intraprende la strada del ritorno. Un passo per volta, impercettibile e inspiegabile, ma inarrestabile e trionfale. A metà luglio addirittura lo dimettono, trasferendolo nel calore di casa sua. Al suo fianco, in continuazione, un sommesso e pietoso richiamo: «Salvatore, sono io, sono la tua mamma». Due anni, due anni di richiami, come quando lei stava alla finestra e lui, bambino, tirava tardi in cortile...
Vallo a spiegare, come l’assolutamente impossibile diventi un giorno possibile. Dopo le prime occhiate da neonato incosciente, dopo i primi segnali di esistenza in vita, a 38 anni Salvatore nasce la seconda volta. Come la prima, non appena riesce a trasformare in suono il suo pensiero, pronuncia ancora la stessa parola, sì, l’invocazione ingenua e rassicurante di sempre: «Mamma». Lei è lì, lo accarezza e dolcemente lo bacia, come a scacciare dal passato e dal futuro ogni residua paura...
È fatica, rinascere. Bisogna ricominciare da capo. Pensare, parlare. Forse, un giorno, camminare. Ma il più è già fatto. In questi giorni, Salvatore sta faticosamente riprendendo il filo dei discorsi. Ed è proprio adesso, nel momento in cui torna padrone di sé, che le sue stremate parole assumono i contorni di una testimonianza raggelante e terribile. Eccolo qui, dedicato a chi se l’è sempre chiesto, il reportage in prima persona dallo sconfinato territorio del coma: «Ho sempre sentito le voci. I medici dicevano che non ero in grado di avvertire sensazioni, ma io sentivo e capivo tutto. Provavo una grande disperazione per non poter comunicare che capivo. Piangevo di rabbia, ma i medici dicevano che era un riflesso condizionato...». Poi, con una lacrima che non ha nulla del riflesso condizionato, pronuncia le parole che ha tenuto lì per due anni: «Se sono vivo, lo devo a mio fratello: solo lui ha capito che non me n’ero andato...».
Inutile aggiungere chiacchiere. Le storie di vita e di coma non sono tutte uguali. Forse Salvatore è soltanto un caso eccezionale. Ma fosse anche un caso unico, qualcosa dovrebbe insegnare. O aiutare a capire. Mai farla facile, quando si pretende di staccare la spina.
Cristiano Gatti