Comandamenti alla napoletana

Sergio Rame

Un classico della «napoletanità». Un affresco vitale delle contraddizioni e ambivalenze di una città difficile da tradurre in un’immagine, letteraria o teatrale. Christoph Marthaler, svizzero di nascita, musicista di formazione, attivissimo in Germania, fa proprie le sequenze quasi archetipiche de I dieci comandamenti di Raffaele Viviani per portarle sul palcoscenico del Teatro Strehler accostando alla non negoziabilità del perentorio dettato biblico la magmaticità del quotidiano, dove l’arte di arrangiarsi si declina ora in commedia, ora in tragedia.
La corrosiva ironia, il gusto sperimentale di un regista come Marthaler a confronto con il mondo sanguigno e popolare di Viviani, dove i comandamenti religiosi sono ricreati, rivissuti dal basso nella vita di tutti i giorni della gente comune.
Dopo il successo ottenuto al Festival dei Teatri d'Europa del 1999 con lo spettacolo Die Spezialisten, Marthaler torna al Piccolo con un classico del mondo napoletano. La piéce si rivela comunque capace di trasformarsi nella sua inedita lettura in un viaggio musical-teatrale alla scoperta degli stati esistenziali e mentali della Germania unificata dopo la caduta del muro di Berlino.
«Marthaler ha scelto di lavorare sull’opera di Viviani - spiega Andrea Koshwitz, drammaturgo dello spettacolo - perché rappresenta l’incontro con lo stile di vita dell’Italia meridionale, una cultura al tempo stesso vicina e lontanissima, tra credenze cattoliche, paganesimo magico e canzone napoletana».
Un microcosmo, quello della Napoli di Viviani, che a un primo sguardo appare incoerente rispetto al mondo tedesco ma che, se si superano le apparenze - e si fa fede alla pubblicistica della post-unificazione dove il paragone con la «questione meridionale» italiana è frequentissimo - può offrire interessanti e spiazzanti punti di contatto.
«La Germania dell’Est non è forse l’Italia del Sud dell’Europa centrale? Così, come questa regione è storicamente e geograficamente svantaggiata, anche l’Est richiede nuove strategie di sopravvivenza - prosegue Koshwitz - e l’investigazione teatrale di Marthaler nella cultura italiana meridionale agisce proprio in quella zona di tensione e di confine tra il potere esercitato dal mercato e la nostalgia per una vita comunitaria».
Nel suo spettacolo, Marthaler fa proprie le sequenze de I dieci comandamenti, dove alla non negoziabilità del dettato biblico si accosta la quotidiana arte di arrangiarsi. Il regista gioca, in questo modo, percorrendo la via sottile dell’ironia e mettendo in scena i luoghi tipici dell’immaginario collettivo che rimandano all’Italia meridionale - la canzonetta, la religiosità intrisa di paganesimo e i miti popolari. In una scenografia composta da tre ambienti - una chiesa barocca, una piazza e una music-hall - dodici attori recitano e cantano (in napoletano) i versi di una commedia umanissima percorsa da una vena di aperta di comicità.
«La comicità, vera intuizione dell’assurdo, è per me di importanza capitale - spiega lo stesso Marthaler - nasconde, infatti, un disagio, ride del fallimento e rinvia alla condizione umana, dove non ci si arresta, si continua a costruire, anche se tutto è destinato a crollare».