Come combattere i rischi dell’anoressia

Felicita Donalisio

Sono notizia di questi giorni gli appelli di sensibilizzazione lanciati da varie istituzioni pubbliche agli stilisti perché evitino di proporre modelli di eccessiva magrezza. In Spagna si è arrivati addirittura al provvedimento, abbastanza drastico, di vietare la passerella a modelle con un Indice di massa corporea inferiore a 18,5 (la soglia sotto la quale i medici definiscono la persona «sottopeso»). Possono servire queste misure a contenere un problema come quello dei disturbi alimentari, oggi, purtroppo, sempre più diffuso? Lo abbiamo chiesto al dottor Ezio Di Flaviano, responsabile del Centro di riabilitazione per i disturbi dell'alimentazione e del peso di «Villa Pini» d'Abruzzo, Chieti (www.villapini.it). «I disturbi dell'alimentazione non sono causati dalle sfilate di moda con modelle al limite della magrezza. Queste malattie che derivano da un insieme di fattori di rischio, colpiscono soprattutto le persone geneticamente predisposte a sviluppare un disturbo di questo tipo. Sicuramente, però, il fatto che l'ambiente in cui si vive enfatizzi un aspetto estremamente magro è "tossico" per un'adolescente che comincia a formarsi un'idea di sé ed è in cerca di modelli a cui fare riferimento». Il periodo della vita più a rischio per l'insorgenza di queste patologie va dai 14 ai 25 anni anche se non mancano casi di anoressia precoce (addirittura 9-10 anni). Ma quando dovrebbe scattare il campanello d'allarme? «C'è una serie di comportamenti che potremmo definire tipici del disturbo alimentare», risponde Di Flaviano. «Se la ragazza evita di sedersi a tavola con la famiglia adducendo scuse (come l'aver già mangiato da un'amica o l'aver fatto merenda tardi), se comincia a impiegare molto tempo nel consumare il pasto, se inizia a praticare in modo troppo assiduo attività fisica in palestra o in solitudine o, ancora, se la si sorprende più volte mentre si specchia, si pesa, si misura. Sono tutti segnali che dovrebbero destare un certo sospetto, a maggior ragione se associati a repentini cambi di umore (con accentuazione di aggressività e irritabilità), a un'evidente perdita di peso e a qualche altra manifestazione clinica (vertigini, svenimenti, scomparsa delle mestruazioni)». A questo punto è bene rivolgersi al medico: «L'ostacolo principale, all'inizio, è soprattutto quello di fare in modo che la persona affetta dal disturbo ne diventi consapevole: la maggior parte di questi pazienti, infatti, non ammette di avere il problema. Fondamentale, quindi, è impostare un trattamento multidisciplinare, con un'équipe di specialisti (medico, dietista, dietologo, psicologo), che a poco a poco riporti la persona a normalizzare non solo il proprio peso e la propria condotta alimentare, ma anche il modo di giudicare se stessa».
Il sistema ritenuto attualmente il migliore per trattare queste patologie è la Terapia cognitivo-comportamentale, che può essere articolata in diversi livelli: «Il primo è quello ambulatoriale, che può essere adatto alla stragrande maggioranza dei pazienti. Segue l'ambulatoriale-intensivo (il paziente frequenta l'ambulatorio più volte a settimana e consuma lì alcuni pasti); il day-hospital e il ricovero riabilitativo». L'iter terapeutico è piuttosto lungo, anche se la terapia cognitivo-comportamentale è orientata a darsi termini ben precisi (5-6 mesi per il trattamento ambulatoriale; 3-5 mesi per il ricovero): oltre al trattamento vero e proprio, viene generalmente impostata una post-cura, con un supporto psicologico e controlli medici periodici, che possono durare un paio d'anni.