Combinata e libera Staudacher ci crede «Farò come Kjus»

«Mi ispiro al grande norvegese» Oggi ad Are, l’iridato ci prova nella gara doppia, sabato in discesa

nostro inviato ad Åre

In una Åre dove tutti si chiedono quanto in basso può scendere la temperatura (ieri mattina -28° in paese), una domanda più che altro accademica perché nello sci alpino, a differenza del fondo, non c’è un limite sotto il quale non si gareggia, la frase che meglio fotografa il dopo vittoria di Patrick Staudacher è uscita dalla bocca del dt Flavio Roda. Si parlava della premiazione e poi delle interviste e ancora della cena in una struttura che sfama in pratica tutte le squadre più forti e di un accenno di festa con brindisi per un 27enne (ad aprile) che una gara ha catapultato in prima fila: «Quando hai un oro al collo, non c’è da fare tante chiacchiere».
Traduzione: chi vince ha ragione. E Staudi ha vinto bene e ieri ha cercato di restare calmo e concentrato perché oggi gareggia in combinata e sabato si celebrerà la discesa, che di ogni mondiale è la prova regina e un neocampione del mondo di superG, la prova cugina, non può arrivare lì come un turista in vacanza. Ha detto Patrick: «Quando rientrerò a casa avrò bisogno di staccare la spina qualche giorno per capire cosa ho combinato. Alla premiazione in piazza mi sono emozionato, in quei momenti provi sensazioni che uno si porterà dentro per tutta la vita. Martedì dopo la gara non ho avuto un attimo per me, solo una volta in camera, a letto con il ginocchio gonfio e due telefonini intasati da chiamate e messaggini: centinaia e centinaia, non pensavo che così tanta gente avesse il mio numero».
Oggi in combinata e poi sabato inizierà il bello, le prime prove da iridato: «Io non cambierò approccio alla gara perché ho un oro al collo. Del resto il mio modello è Lasse Kjus, uno concreto, di poche parole. Poi è logico che qualcosa nella vita cambierà. Già adesso non è normale che mi facciano i complimenti uno come Bode Miller, poi il presidente del Coni Petrucci e il ministro Melandri. Il più bel regalo sarebbe di restare quello che sono».
E per tutti non è nemmeno normale che trionfi uno che ha avuto pesanti problemi di vista. A 120 km all’ora, sci ai piedi, si entra in un’altra dimensione, da curve di formula uno e Patrick ha dovuto convivere a lungo con una vista non-vista: «Mi hanno trapiantato una cornea nel giugno 2005 e finalmente ho visto la neve, i dettagli e i contrasti. Ho imparato a leggerla, prima era un fondale bianco. Usavo delle lenti per limitare i danni e pensavo che quello che vedevo io con le correzioni, era quello che vedevano gli altri a occhi nudi. Dopo l’operazione ho capito che non era vero. Credo che l’uomo si abitui alle circostanze e io ho avuto questo cammino. Tutto qui, acqua passata ormai. Non ci penso più. Piuttosto sarò stato anche, quando avevo 16/17 anni, il più forte slalomista italiano come dice il mio ex tecnico Ghidoni, ma da tempo mi alleno poco e con le ginocchia fragili che mi ritrovo, la pressione nelle curve strette dello speciale è tale che, tenuto pure conto di quanto sono corti gli sci da slalom, non so proprio cosa potrò fare in combinata».
Poco, viene da rispondere, anche perché fare bene la prova di velocità pesa meno di una brillante manche tra i pali stretti. Meglio pensare alla libera e al figlio in arrivo: «Bettina e io non sappiamo se sarà maschio o femmina, basta solo sia sano». Vale più di qualsiasi medaglia.