«COMEDY CLUB» BALLA UNA SOLA SERA

Prima la notizia: Comedy Club (martedì, ore 21) dopo una sola puntata è stato cancellato. Il responso dell’Auditel è stato drastico: solo il 6,96% di share e 1.532.000 spettatori. Il direttore di Italia Uno Luca Tiraboschi (che aveva detto di puntare a un risultato del 12%!) ha subito deciso il taglio. «Fa parte del lavoro di Italia 1 sperimentare e quindi, è nel computo delle cose, anche rischiare di sbagliare. Questa volta, contrariamente al solito, non è andata bene». Così Federica Panicucci alla sua prima apparizione dopo il passaggio a Mediaset, scompare subito. Ma per lei sono già in cantiere nuovi impegni. L’unica nota positiva di questo programma è che si sono rivisti in televisione (temevano non esistessero più) alcuni comici della cosiddetta vecchia generazione, come Gianfranco D'Angelo e Zuzzurro e Gaspare, che darebbero ancora la birra ai comicastri da un tanto a tormentone che imperversano oggi sui nostri canali. Però li hanno richiamati solo per fare da balia a un gruppo di personaggi più o meno famosi che, nel solco di una moda ormai diffusa, vengono indotti a fare in tivù cose diverse da quelle che sanno fare nella vita, e nella fattispecie si improvvisano comici. Si sono cimentati nell'impresa, con esiti che qua e là richiamano l'effetto-Corrida dei dilettanti allo sbaraglio, i pattinatori Fusar Poli e Margaglio, la cantante Syria, il giornalista Cecchi Paone, il canoista Antonio Rossi, la reduce del Grande Fratello 4 Serena Garitta, la valletta dell'Eredità Giovanna Civitillo, seguiti da un gruppo di «maestri» che hanno cercato di insegnare loro l'arte delle pause e dei tempi comici: Francesco Salvi, Jerry Calà, Gigi e Andrea, Zuzzurro e Gaspare, Gianfranco D'Angelo, Marisa Laurito. Il pubblico ha snobbato l’esperimento, e si può cercare di individuarne il motivo: il genere comico non ha solo risvolti allegri, ma anche una controindicazione da non sottovalutare: pochi spettacoli riescono a indurre più sofferenza di quelli in cui un comico (vero o aspirante che sia) non riesce a far ridere. Si soffre per lui e con lui, si vorrebbe far finire in fretta la faticosa e imbarazzante esibizione, così come nella vita di tutti i giorni si vorrebbe evitare come la peste il collega d'ufficio che racconta barzellette senza saperle raccontare, o peggio ancora il capoufficio che, in virtù della sua posizione di potere, si arroga pure il diritto di ammorbare l'ambiente. La comicità è una cosa seria, come ben sanno coloro che la frequentano e ne fanno una professione, e quindi è abbastanza problematico non solo improvvisarsi comici, ma anche pretendere di conquistare il pubblico contando sulla buona volontà della propria esibizione e sull'effetto-tenerezza che spesso ne deriva.