La Comencini e il fantasma di Carlo Marx

Da una nuvoletta, il fantasma di Carlo Marx legge e rilegge sconfortato alcune carte. Ne appallottola una, la butta via. Fino a ieri, tutto era chiaro come la luce del sole. Da un lato i popoli mediterranei, quelli che tengono alla faccia, si chiedono «chissà cosa penserà la gente» e rispettano solo un’autorità esterna. Dall’altro i nordici adepti di Lutero che avevano «interiorizzato il prete», ritrovandosi sotto il cranio una molesta, implacabile Coscienza.
E adesso, invece, guarda un po’ cosa ti va a capitare. Una scrittrice presumibilmente mediterranea, tale Cristina Comencini, scrive un romanzo intitolato L’illusione del bene in cui c’è un signore di nome Mario che nel tempo libero si dedica ad un nuovo sport: l’allevamento domestico e la distribuzione al dettaglio di sensi di colpa. Ex-comunista, Mario non si capacita di uno strano fenomeno, neanche fosse nato a Wolfenbüttel: il comunismo è morto, ma i suoi numerosi aficionados italiani fanno finta di nulla. Ce ne fosse uno che si faccia venire l’ulcera per tutte le volte che è stato connivente con il regime dei soviet. «Disprezzo le persone che mentono per tranquillità personale, che passano sopra i morti per non riconoscere le proprie colpe», esclama di punto in bianco prima di aggredire un orchestrale di sinistra. Subito dopo mette alle corde una pianista moscovita, restia a confessare che Stalin ha rubato il palagio a sua nonna e le ha terminato la mamma (la mamma!) in un manicomio. Pianista, si fa per dire: «Forse si era iscritta al Conservatorio come le ginnaste russe andavano in palestra».
Passa un angelo, l’autore del Capitale si ritrova un foglietto tra le mani. Dall’alto qualcuno gli comunica che il padre della Comencini, oltre che regista, era valdese. «Dio sia lodato», mormora tra sé e sé, visibilmente sollevato. «I conti cominciano a tornare».