«Comencini, più babbo che regista»

da Pesaro

Il suo sogno è smettere di fare il netturbino alla Geofor, aprire una pizzeria, magari proprio a Collodi, e chiamarla «Da Pinocchio (quello vero)». Andrea Balestri, il burattino in carne ed ossa del memorabile Pinocchio tv di Comencini, oggi ha 44 anni, vive a Cascina, tra Pisa e Pontedera, e parla con saggio distacco di quel biennio d'oro, quando la popolarità gli cadde addosso all'improvviso. Arduo, a prima vista, riconoscere in quest'uomo dai capelli lunghi riccioluti e dal pizzetto scolpito il mitico birbantentello del romanzo collodiano: però gli occhi, vivaci e mobili, restano gli stessi, e con essi una certa tendenza a non farsi intimidire dagli eventi. Neanche dagli illustri professori che ieri mattina, in conclusione della 43ª Mostra del nuovo cinema di Pesaro, hanno discusso per tre ore attorno alla figura e al cinema di Comencini (presenti la moglie e due delle figlie, Cristina e Paola).
Del resto, fu lo stesso regista, dopo averlo pescato nel mazzo al termine di sofferti provini, a definire Balestri il suo Pinocchio perfetto, spendendo tre semplici aggettivi: «Impertinente, rabbioso e aggressivo». Ne sa qualcosa Gina Lollobrigida. Chiamata a incarnare la Fata turchina, insomma la mamma tranquilla e «borghese», l'attrice non si prese proprio col piccolo esordiente, e ne nacque una cordiale antipatia sul set, peraltro ricambiata. Oggi l'interessato non conferma, preferendo glissare sull'episodio, mentre Adriano Aprà, curatore della rassegna, teorizza che proprio da quell'incomprensione tra il bambino e la diva, subito metabolizzata da Comencini, scaturì una delle intuizioni più illuminanti del film, e cioè la trasformazione della fatina «in una sorta di strega, di fata maligna».
Sulle prime un po' emozionato, Balestri così ha rievocato il rapporto con Comencini: «Fu più un babbo che un regista. Sapeva come prendermi, coccolare. E sì ch'ero piuttosto vivace, diciamo un discoletto facile ai dispettucci». Evidentemente il regista di Incompreso sapeva farci coi bambini. «Succedeva una cosa insolita con lui. Non mi imponeva mai le battute scritte. Mi spiegava la situazione e chiedeva: “Andrea, tu come reagiresti in questo caso, cosa diresti?”. Alla fine avveniva un piccolo miracolo: la frase che pronunciavo era suppergiù la stessa del copione. Dicevo quel che voleva lui, eppure lo pensavo io, senza ripetere a pappagallo».
Grazie al successo di Pinocchio, Balestri lavorò parecchio tra il 1972 e il '74. Figlio di Bud Spencer in Torino nera di Lizzani, protagonista di un fotoromanzo con Barbara Bouchet, poi altri due film, Kid il monello del West e Furia nera, infine una pubblicità. E poi? «Poi niente», sussurra, quasi evocando gli anni dell'adolescenza, scanditi da risse finite sui giornali e problemi familiari, quando quel nomignolo - Pinocchio - diventò un marchio. Tanti anni dopo un altro toscano doc, Massimo Ceccherini, lo chiamò per incarnare se stesso in Faccia da Picasso, e non fu una bella esperienza. In compenso, il giovane regista Davide Viazzi l'ha voluto recentemente in un cortometraggio, e chissà che non sia il modo giusto per far pace col cinema. Pizzeria «Da Pinocchio» a parte.