Comici, quando la risata è da manuale

In libreria il “Dizionario dei comici e del cabaret”: storia dalla A alla zeta degli attori che ci hanno fatto ridere, al cinema, a teatro in tv, al cabaret e perfino cantando<br />

aA come Abatantuono, Z come Zuzzurro e Gaspare che comincia per G ma che per trascorsi artistici è da sempre in connubio con Zuzzurro, che di cognome fa Brambilla e di nome Andrea ma che così non lo conosce veramente nessuno, come Gaspare che in realtà si chiama Antonio e di cognome fa Formicola ed è nato a Milano anche se verrebbe spontaneo pensare a origini sudiste. Insomma fa già ridere visto così, eppure il “Dizionario dei comici e del cabaret” (Garzanti, pp.620, euro 25,50) deve far ridere davvero, altrimenti che gusto c’è... E solitamente infatti nessuno legge un dizionario che sarebbe un po’ come invitare alla lettura dell’elenco telefonico o delle Pagine gialle, ma questo, essendo un libro diverso, lo si spulcia con l’allegra curiosità di chi è affezionato a chi ci ha fatto ridere. Di chi guarda con occhio benevolo a chi per primo pronunciò quella battuta che sorprendentemente, nel tempo, ci si trova a ripetere perché è bello così. Perché si rievoca quel magico momento, quello scoppio d’ilarità, quell’esplosione improvvisa di gioia, insomma quella liberazione. E che siano film, teatro, imitatori televisivi, attori di varietà, cabaret o chissà cos’altro, poco importa.

C’è poi un’altra molla che spinge a voler bene a chi ci fa divertire, il ripensare con tenerezza a qualcuno che si vorrebbe incontrare ancora. E immediato spunta il quesito: ma quanti anni avrà ora? Così si scopre che Virgilio Savona e Lucia Mannucci, marito e moglie da sempre, anima e superstiti del Quartetto Cetra, orfano di Felice Chiusano e Tata Giacobetti, volti cari e voci familiari a chi ha superato almeno la quarantina, veleggiano verso gli 89. Si apprende anche che Paola Cortellesi ne ha solo 35 e, vivaddio, ce la godremo ancora per un bel pezzo perché è brava davvero. Oltre che carina assai.

E il viaggio è lungo. Anzi lunghissimo e comincia da lontano. Per esempio da quella Dina Galli, oggi ignota ai più, nata nel 1877 e morta nel 1951, che riposa al Monumentale e incarnò “Felicita Colombo”, saga dialettal-popolare milanese in cui impersonò la salumaia arrampicatrice sociale che sedusse il pubblico al cinema e al teatro, in due diversi adattamenti diretti da Marco Mattòli. Erano gli anni Trenta, quello scorcio in cui c’era ancora qualcosa da ridere, la bufera della guerra appariva ancora lontana all’orizzonte e le leggi razziali erano ancora di là da venire. Vennero, purtroppo. Ma la Galli continuò il suo lavoro con Paola Borboni, Ave Ninchi e Paolo Stoppa. Erano gli anni Quaranta, se ne andò nel ’51 e oggi in molti l’hanno dimenticata, eppure segnò un solco importante non solo nella tradizione comica lombarda, ma anche nazionale. 

Oppure i tre fratelli De Filippo che da soli hanno segnato un tratto di storia del cinema e del teatro lungo oltre mezzo secolo nel corso del Novecento. Volti che hanno accompagnato in musica e sul grande schermo le gag di Totò, i drammi di “Natale in casa Cupiello” o le traversie di “Filumena Marturano”, trionfo personale di Titina. Riso e pianto, gioia e tristezza. Momenti. Momenti che volano, momenti che restano nell’immaginario di un’Italia che si avvia verso il boom, che sogna la ripresa e la vede sempre più vicina. Momenti di cui i De Filippo dal proscenio napoletano a quello nazionale diventano i testimoni diretti di un’epoca cruciale.

E si incontra De Sica, inteso come Vittorio, monumento del cinema neorealista e autore di capolavori che ancora ci accompagnano con il pensiero e nel pensiero e De Sica inteso come Christian, re del film di cassetta, volto natalizio per eccellenza e sinonimo della risata a crepapelle. Si apprende che Pippo Franco in realtà si chiama Franco Pippo perché Pippo è il cognome, ma nessuno lo sa. Si rivede Maria Monti nata Monticelli, attrice milanese, oggi ultrasettantenne, che fu la prima fidanzata di Gaber, cantò blues e spiritual nei fumosi cabaret milanesi e recitò sul set di Bertolucci. Era “Novecento” e prima di allora “Giù la testa”, altro capolavoro western di Sergio Leone. Ci si imbatte nel Teatro dei Gobbi che lanciò Franca Valeri e Vittorio Caprioli, oppure in Greg e Lillo e la loro musica demenziale anni Novanta che faceva rima con quella di Elio e le Storie Tese. E ci sono perfino gli Squallor. Alzi la mano chi li ricorda. Era rock. Demenziale anche lui. Erano gli anni Settanta. Il canto del cigno fu il penultimo disco “Cielo duro” con accento rigorosamente marcato sulla o di cielo. L’ultimo disco “Cambia mento” era in realtà un testa-mento.