Comincia il dopo-Prodi Veltroni contro D’Alema per la leadership del Pd

Il premier: «Con questa legislatura il mio compito si chiude». E parte la sfida per il Partito democratico

nostro inviato a Firenze

Al secondo giorno del congresso di scioglimento dei Ds, diventa chiaro, come dice il veltroniano Tonini, che «il Partito democratico è il partito del dopo-Prodi, non quello di Prodi».
Il leader per ora resta lui, dicono a una voce D’Alema e Veltroni, ma è chiaro che la sfida per il dopo è già iniziata. E che i due sono in campo, e per la prima volta hanno incrociato le armi: «Walter ha lanciato il guanto, Massimo l’ha raccolto: è pronto anche lui a giocare sul terreno del consenso popolare», dice Tonini. «Ci aspetta un triplo salto mortale e serve il pacchetto di mischia migliore», spiega il dalemiano Minniti, «ma solo alla fine si vedrà chi sopravvive». Come dire: ora sono uniti nella sfida per il Pd, domani si vedrà chi resta in pista.
Coglie la novità anche il premier, che nella sua spola tra Cinecittà e Mandela Forum, tra assise della Margherita a Roma e dei Ds a Firenze ripete (tra scroscianti applausi a doppio taglio) che «con questa legislatura il mio compito si conclude», che al governo lui «sta lavorando perché il mio successore possa vincere per la terza volta contro la destra», che «altri uomini guideranno» la creatura politica che nasce dalle spoglie del suo Ulivo. Certo, sottolinea più volte Prodi davanti ai delegati della Quercia (che fino a quel momento si erano distratti in un brusio crescente) il momento della successione deve ancora arrivare, ci sono ancora «quattro anni» di Palazzo Chigi davanti a lui. Ma l’omaggio che gli rendono sia D’Alema che Veltroni nei propri interventi suona doveroso, i due guardano già «oltre»: «oltre i partiti», come dice il premier, ma anche oltre Prodi.
Veltroni parla a fine mattina, e «un’ovazione del genere per lui non si era mai vista», constata il sindaco di Torino Sergio Chiamparino. È un discorso morbido e trascinante, come sa essere l’uomo del Campidoglio, evocativo e commovente, capace di toccare tutte le corde sentimentali di un partito in crisi d’identità e in cerca di nuove emozioni. Che Walter sa regalare a piene mani: sinistra non è quel ferrovecchio, sia pur tanto caro, del socialismo europeo. «Non era socialista Gandhi e neppure Martin Luther King», ricorda tra scroscianti applausi indicando nuove icone da inserire nel pantheon, altro che Berlinguer o tantomeno Zaccagnini (evocato dal dl Dario Franceschini). Sinistra «è stare con una povera pensionata, «con una «contadina sudamericana affamata», con «i 32 studenti uccisi da un’arma da fuoco in Virginia», con l’immancabile «bambino africano che sento come mio figlio». Perché «è ciò per cui mi batto che mi definisce, non il come mi chiamo».
Lacrime di emozione in platea. Certo si guarda bene dall’annunciare che si candida, Veltroni: riesce addirittura a citare «l’interessante» editoriale di Paolo Mieli di ieri non per l’invito (a lui) a scendere in campo ma per il riferimento alla storia scissionista della sinistra italiana. Ma tiene a ricordare che, a differenza di altri (D’Alema in testa), «credo nel Pd da più dieci anni». E ricorda che la sfida è «alta» e che «scusate» ma bisogna «uscire dalla discussione interna e guardare al Paese», non al proprio ombelico di partito, e rivolgersi «a tutti», anche «oltre l’Unione», se no non si vince. «L’unico Berlusconi di sinistra è lui», dicono gli entusiasti mentre il sindaco torna al suo posto (dal quale per tutto il congresso non si è mosso un attimo, ascoltando diligentemente tutti) e alza il pollice in segno di saluto agli spalti urlanti. D’Alema applaude solo alla fine, e tiepido.
Poi a sera parla, e lui l’omaggio a Berlusconi lo fa esplicitamente, ricordando che «non è un caso» che il Cavaliere «sia venuto qui a misurarsi con questa novità», perché «è un uomo che indubbiamente ha la straordinaria percezione di quel che si muove nel profondo della società, e non dobbiamo sottovalutarne la capacità». Insomma, se la sfida del Pd piace a Berlusconi, vuol dire che funziona. Anche il vicepremier commuove, ricordando antiche e pensose gite in moto con Mussi, quando i due dovevano decidere se seguire i radiati del manifesto, e invece restarono nel Pci. E oggi «avverto questa separazione (da Mussi che se ne va, ndr) con sofferenza».
Fa anche «autocritica» per la scarsa passione ulivista dei tempi andati, quando fece il guastatore del futuro Pd: «Forse siamo stati troppo cauti», dice con plurale maiestatis, ma ora è il più convinto di tutti, e «bisogna andare avanti con slancio». Annuncia l’addio alla presidenza del partito, ormai inutile orpello, e stringe Fassino in un abbraccio minaccioso: «Sono a disposizione per un impegno pieno» a fianco del segretario. Quanto alla leadership futura, «siamo la classe dirigente della sinistra e non un’oligarchia che si vuol mantenere a tutti i costi, e disposti a metterci in discussione, convinti di rendere un servizio al Paese». Se e quando il Paese lo chiamerà.