Comincia il Sanremo più normale, Pippo si specchia nei Facchinetti

Vigilia di prove per i cantanti. Il padre Robi e il figlio Francesco soddisfano il pubblico di due generazioni. Poi Al Bano alza i decibel e chiede perdono

Sanremo - Volendo, la definizione migliore di questo Festival arriva dalla ditta Facchinetti: «L’impresa più speciale è di vivere normale». Complimenti, sapevano già come sarebbe stata la vigilia del Festival: mostruosamente normale, pacata, mai visto nulla di più ministeriale. Loro lo cantano, questo slogan esistenziale, quasi junghiano, durante le prove di ieri pomeriggio, quelle definitive, in un Ariston compassato e sonnacchioso già imbandito per la festa di stasera. E, mentre definiscono gli ultimi dettagli qui sul palco, anche il loro guardaroba è uno slogan: papà Robi in completo grigio, Francesco immerso in una giacca nera che contrasta con i pantaloni di un bianco che più bianco non si può. Lo scontro generazionale, innocuo per carità. Il passaggio di consegne del buon pater familias al figliolo finalmente prodigo.

Il Festival normale inizierà stasera come tutti se lo immaginano, tra fiori e «paraponziponzipò», tra tutti i pippismi, sempre quelli, e poi lo sciorinare delle canzoni che finalmente sono belle toste. Oddio, a giudicare dalle prove il ritmo non sarà da centometristi. Antonella Ruggiero, che per abbassare ancor più i toni ieri era tutta vestita di nero, cantava quella strofa «in questa notte tremenda per noi» (dalla sua Canzone tra le guerre) che a modo suo è un altro slogan ideale per stasera. Il risultato di un Festival, dicono gli esperti, dipende dal primo quarto d’ora, quando tutti, ma proprio tutti gli italiani e guai a chi dice no, sono assiepati buoni buoni davanti al televisore perché comunque dall’Ariston passa un pezzo della nostra storia archiviata Sanremo dopo Sanremo. Se piace, bene. Altrimenti ciao.

Lo sa anche Daniele Silvestri, jeans e mani in tasca, che ostenta sicurezza ma probabilmente ha la tremarella anche se qui è arrivato per la prima volta nel 1994 cioè un secolo fa. Con la sua Paranza lui, che è il più impegnato dei disimpegnati, dà qualche frustata di ritmo e allusioni, di fianco a un pianista da club e molto più lontano dallo stereotipo della canzone sanremese. Se proprio bisogna rimanere nel prevedibile, allora basta la rapida successione sul palco di Romina (Falconi) e Al Bano per scatenare le ovvie digressioni sulla coppia che la felicità «è tenersi per mano e andare lontano». Quando scende dai gradini in mezzo all’orchestra, Al Bano è molto più appesantito di quando prendeva il sole sull’Isola dei famosi ma anche molto più mansueto. E il suo pezzo Nel perdono è più che altro una dichiarazione di scuse dopo quelle esagerazioni in diretta tv. Giocoso, stavolta esagera solo coi polmoni e il suo brano è un trionfo barocco persino qui, con l’orchestra in jeans e lo sbadiglio pronto. Ma lui è pur sempre Al Bano e quindi perdoniamolo.

L’unico che mantiene la calma è come sempre Pippo Baudo. Il direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce, sempre più vicino alla riconferma («persino Gentiloni non si è mai lamentato della mia rete quando era in Vigilanza, figurarsi ora che è al governo») arriva e si gode qualche canzone. Pippo invece le assorbe, le registra, le possiede come una volta il signore faceva con i suoi valvassini. E pazienza se, quando canta Nada, la sua espressione non è proprio entusiasta, anche se l’atmosfera del brano è alternativa ma innocua e la voce lisergica strascica tristezza. O se talvolta persino qui, nel suo regno, viene assediato da fan che buttano via le belle maniere pur di stringergli la mano. Intanto a lui senz’altro piacerà il brano di Simone Cristicchi, che, a parte il titolo, sarà forse il più sorprendente. Mentre questo ragazzotto di belle maniere canta la sua Ti regalerò una rosa, la sala, solitamente distratta, si zittisce e di sicuro si commuove. È uno scioglilingua con finale a sorpresa e, proprio durante le ultime note, lui sale su di una seggiola qualsiasi e si mette di spalle imitando un gabbiano nel suo volo lentissimo verso l’orizzonte. Volendo, nella normalità di Baudo, c’è posto anche per un po’ di poesia, eccola.