Comizi e paternità: il futuro politico è incerto ma il cognome è salvo

Il piccolo Francesco, primo figlio maschio dopo tre femmine, gli ha restituito il sorriso dopo due mesi a muso duro. Aveva serrato la mascella nel seminterrato di un grigio albergo di Mestre, città che già non è una meraviglia di suo, tappezzato di manifesti elettorali pronti da giorni con la sua faccia seria. Aveva scelto il Veneto per dare l’annuncio della corsa solitaria dell’Udc, una regione che doveva dargli grandi soddisfazioni e che invece gli ha voltato le spalle. Fuga massiccia dei quadri dirigenti del partito. Pier Ferdinando Casini è partito dalla periferia di Venezia per un lungo giro nelle altre periferie italiane, una maratona a predicare che l’uomo con cui aveva governato per cinque anni, che l’aveva fatto eleggere presidente della Camera, che era stato suo principale alleato fino al giorno prima, in realtà era un filibustiere. Purtroppo per lui, era soltanto la prima di una lunga serie di capriole elettorali. Ha fatto la corte al catanese Raffaele Lombardo per consolidare il voto in Sicilia, e gli autonomisti hanno scelto Berlusconi. Aveva rotto con Tabacci e Baccini, ed è stato costretto a ricucire. Ha cercato il voto dei cattolici candidando la principessa Borghese, e si è beccato le rampogne di Famiglia cristiana. Ha paventato «il grande inciucio» tra Pd e Pdl come una sciagura, per poi auspicare un pareggio che lo incoronerebbe ago della bilancia di una «grande coalizione». Si è profuso in un lungo piagnisteo perché discriminato da radio e tv, ma lo si trovava a ogni ora su ogni canale, soprattutto al Tg3, chissà perché. Ha tuonato «Mai più con Silvio», ma si è ben guardato dall’ordinare ai suoi di lasciare le giunte locali dove governa con il centrodestra. Ora il suo cavallo di battaglia antiberlusconiano è che «siamo alle comiche finali». Il signore sì che se ne intende.