«Il comizio del Colonnello non ci fa cambiare linea»

Emanuela Fontana

da Roma

Per una volta il disappunto è bipartisan, di destra e di sinistra. Il colonnello Muammar Gheddafi non doveva parlare a quel modo, giovedì sera, durante un lungo intervento sull’Italia pubblicato ieri integralmente dall’agenzia libica Jana. Ma dall’opposizione partono ancora accuse a Silvio Berlusconi, che non avrebbe «mantenuto le promesse» con il colonnello, come attacca Francesco Rutelli, e avrebbe «detto bugie», ha aggiunto Luciano Violante, sul suo rapporto con il leader libico.
«Più che una presa di posizione, è stata un’arringa comiziale», ha reagito il ministro degli Esteri Gianfranco Fini. Nei confronti della Libia occorre avere «senso della misura e rispetto», ma non ci si può far mettere i piedi in testa, sostiene il presidente della Camera Pierferdinando Casini: occorre «fermezza, perché è il decoro italiano che ce lo impone». Non c’è bisogno che il colonnello «interferisca nella campagna elettorale - sottolinea Casini - anche perché ho il dubbio che non tifi per noi». Le dichiarazioni di Gheddafi «sono del tutto inappropriate». «Rendono giustizia a Calderoli», secondo il ministro della Giustizia Roberto Castelli.
In una lunga nota trasmessa dalla Farnesina, Fini ha espresso tutta la sua disapprovazione per le parole del leader libico: è stata «un’arringa comiziale ai suoi fedelissimi». L’impegno nelle relazioni «deve essere reciproco», ed «è chiaro - aggiunge il vicepremier - che nessun aiuto arriva in questa direzione dalle parole del colonnello Gheddafi». La «sparata» del colonnello è inoppotuna nei tempi anche perché la posizione dell’Italia rimane «quella enunciata in Parlamento» e poi approvata in Consiglio dei ministri il 23 febbraio, che include il principio di «chiudere definitivamente il capitolo storico del passato coloniale, anche con misure altamente significative da concordare con la parte libica».
Quelle di Gheddafi sono «frasi sconcertanti e che non favoriscono le relazioni», sottolinea Piero Fassino. Il segretario dei ds si augura che «siano state espressioni occasionali e che invece da parte del governo libico ci sia la disponibilità a discutere in modo pacato e sereno». Detto questo, «la maglietta di Calderoli non assume un aspetto diverso». Ma dai leader ds, a eccezione di Violante, dopo la «sparata» di Gheddafi, gli attacchi al governo italiano sono stati più sfumati: «Penso che le minacce debbano essere sempre respinte - dice il presidente diessino Massimo D’Alema -. Non si può accettare il linguaggio della minaccia. Mi pare che in questi anni il governo avrebbe potuto fare qualcosa per risolvere questo contenzioso». Sono parole da «scontro di civiltà», per Rifondazione, che con il presidente dei deputati, Franco Giordano, sottolinea: «Le minacce di Gheddafi non sono accettabili». Il capogruppo della Quercia Violante sposta invece il tiro su Berlusconi e sul governo: «Il presidente del Consiglio aveva chiarito che tutto era stato pacificato e chiarito con Gheddafi. Evidentemente ha detto un’altra bugia, non era così». Rutelli definisce «inaccettabili» le parole di Gheddafi, ma aggiunge: «Credo che il problema sia stato aggravato dal fatto che Berlusconi ha preso una serie di impegni col colonnello Gheddafi di realizzare opere pubbliche che poi però non ha fatto. Questa è una caratteristica costante di Berlusconi».
Per Clemente Mastella lo schiaffo del colonnello «è la dimostrazione del fallimento della politica estera di questo governo». Polemiche «provinciali», risponde l’europarlamentare di Fi Antonio Tajani: «Di fronte a situazioni delicate servirebbe maggior serietà». Al di là degli attacchi interni, «non ci può essere nessuna giustificazione nei confronti di questo dittatore - è il duro commento di Maurizio Gasparri (An) -. Il popolo libico meriterebbe ben altra guida». Infine il sarcasmo di Alessandra Mussolini: «Se non era per mio nonno stavano ancora sui cammelli col turbante in testa».