Una commedia senza equivoci

Peter Cameron ricorda Muriel Spark (secondo il New York Times), è l’Henry James del Ventunesimo secolo (secondo il Times), ha il gusto del dettaglio di Elizabeth Bishop (secondo Time Out), alcuni elementi surreali di Borges (secondo il Daily Telegraph), la rara abilità di dare significato ai piccoli eventi di Barbara Pym (Los Angeles Times). E poi giù ancora una raffica di paragoni con Kafka, Nabokov, Buzzati, Kundera, Proust, Austen, Rose Macaulay, Edith Wharton, Tennessee Williams, Virginia Woolf, D.H. Lawrence, Francis Scott Fitzgerald. E c’è chi ha scomodato Shakespeare. Insomma, un piccolo compendio di storia della letteratura o un orrendo Frankenstein, indefinibile mostro costruito con pezzetti di altri illustri autori.
Chi è veramente Peter Cameron? Niente di tutto ciò. «Sono tutti scrittori che ho amato, ma non mi riconosco in nessuno». Per fortuna ci ride sopra e con divertita irriverenza ha raccolto nella home page del suo sito Internet gli assurdi paragoni coniati da critici e recensori. Perché se è difficile definire questo autore, ciò che certo non manca a Peter Cameron è un acutissimo senso dell’ironia e un sarcasmo innato. È uno che mette in bocca ai suoi personaggi frasi tipo: «Non ho mai capito quel libro. Io sarei lietissimo di ritrovarmi insetto un bel mattino» (riferito alla Metamorfosi di Kafka) o anche: «Sono proprio contento che mi stia calando la vista, mi sembra sempre tutto perfetto. È la dimostrazione evidente che c’è un Dio».
Per la cronaca, Cameron è nato nel New Jersey 48 anni fa, ha studiato a Londra, vive da 25 anni nel Greenwich Village. Se si esclude una raccolta di racconti uscita per Rizzoli nel 1997 passata totalmente sotto silenzio, in Italia soltanto Adelphi ha per ora tradotto due dei suoi cinque libri e (tanto per cambiare) Cameron è diventato un autore di culto. Non siamo alle crisi di isteria che accompagnarono l’uscita della Versione di Barney di Mordecai Richler, ma Cameron può contare su gruppi di lettura affezionati e fan che chattano nel web in attesa trepidante del film diretto da James Ivory (nel cast Anthony Hopkins, Laura Linney e Alexandra Maria Lara) tratto da Quella sera dorata, il primo libro uscito nell’estate del 2006.
Il secondo, Un giorno questo dolore ti sarà utile, è più bello del primo: una raffinata commedia tipicamente newyorkese dove il più classico dei temi (un adolescente alla ricerca di se stesso) diventa il soggetto di un romanzo attualissimo ambientato nel quartiere bohémienne di New York, tra artisti, gallerie, vernissage, intellettuali o presunti tali, e popolato di personaggi che sono la summa delle nevrosi contemporanee. La madre pluridivorziata va dal life coach (l’allenatore dell’anima) e veste abiti destrutturati muniti di cerniere ovunque, meno che nei posti dove servirebbe. Il cane Mirò ha crisi d’identità e si sente assolutamente umano, la sorella ha una relazione con un professore di glottologia, il padre, arricchito uomo d’affari super in carriera, non si rifà le borse sotto gli occhi ma si sottopone a un «intervento cosmetico mirato». E poi ci sono la galleria dove si espongono bidoni della spazzatura decupati con pagine di Bibbia, Corano e Torah, opera di un giapponese Artista Senza Nome, e il gay nero super raffinato esperto d’arte che si nutre solo da Fabu (Nobu era troppo scontato) la Bottega del Gusto all’angolo: per 11 dollari e 95 si può scegliere tra una dozzina di insalate salutiste accompagnate da un tozzo di pane casereccio non tagliato a fette ma «spezzato a mano» (pare che il coltello ne alteri il sapore).
Il protagonista, James Sveck, ricorda tanto il giovane Holden (paragone scontato ma inevitabile: crisi adolescenziale, New York, fuga notturna...) e che forse è anche un alter ego dell’autore stesso. È così? Cameron nega anche questo: «I miei sono sempre personaggi immaginari. Io racconto il mondo che James vede con i suoi occhi, che non sempre sono anche i miei. Preferisco inventare dei personaggi e fargli raccontare le cose che vedono. Mi permette di vedere il mondo con gli occhi degli altri. Altrimenti scriverei una biografia o un libro di memorie. Molti pensano che siccome ho scritto il libro in prima persona, mi identifico con il personaggio». E questa è già una gran bella dichiarazione per noi italiani abituati a romanzi autoreferenziali, a gente che scrive per tutta la vita sempre lo stesso romanzo parlando si sé.
Comunque, che sia Peter Cameron o James Sveck a raccontarci questa America, il risultato è un ritratto sarcastico e divertentissimo. Da non perdere la descrizione del vernissage esclusivo nel famoso museo (tra gay, aspiranti pr, signore fintamente trasandate e signori fintamente eleganti, il tutto molto glamour e annaffiato da calici di champagne con regalino finale per il gentile ospite) e le sedute con l’analista (da sole valgono i 16,50 euro del libro). Perché Cameron è anche uno che mette a nudo le fragilità dell’animo umano, l’incomunicabilità tra simili oltre che tra diversi, l’impossibilità di definire cosa sia normale. Insomma racconta le nevrosi di tutti noi. Dice: «Spesso ciò che vedo mi pare molto ridicolo. A New York una galleria d’arte può essere bellissima o assurda. Nell’arte ho dei gusti molto tradizionali: mi piacciono i ritratti ma non l’arte concettuale. Non mi piace affatto il mondo di apparenze, successo, eleganza e glamour».
E infatti i suoi personaggi (James ma anche l’Omar Razaghi di Quella sera dorata) sono in fuga dalla vita che gli altri si aspettano da loro e alla ricerca della vita che vorrebbero vivere. «Mi piace scrivere di persone che hanno difficoltà a rapportarsi con il mondo. Perché è come mi sento io. Non sono, per così dire, terrible social, terribilmente sociale». I suoi personaggi ricercano la pace in luoghi solitari: Omar in Uruguay, in una vecchia villa con grandi stanze in penombra, ronzio di api e pergole di glicine, James odia i coetanei e si trova bene solo con sua nonna, vorrebbe comprare una casa nel Midwest con una veranda dove poter leggere in santa pace il suo amato Trollope.
È una sorta di critica alla modernità? Lei crede che questo sia il problema dell’uomo moderno? «La nostalgia per le cose del passato non è necessariamente una cosa buona. È vero che il mondo così com’è non è bello, ma scappare nel passato non è una scelta coraggiosa. Il presente è sempre un luogo difficile da abitare». Sarà per questo che i personaggi di Cameron sono così attuali, in ognuno c’è un pezzetto di tutti noi: caustici o imbranati, sensibili o antipatici, nevrotici o petulanti, comunque in difficoltà. Sembrano senza possibilità di riscatto solo tre categorie: il chirurgo estetico, il gallerista e lo psicologo. Qual è il peggiore? «Probabilmente il chirurgo estetico» dice Cameron. E racconta un episodio: «La donna più bella che ho incontrato a New York di recente è una signora che avrà avuto sessanta o forse settant’anni. Era piena di rughe, ma aveva la faccia vera, una bella faccia. Camminava per la strada e mi sono fermato per guardarla. Ormai a New York non vedi più una donna che non sia rifatta».
E questo non è tutto, ma può bastare a farci capire perché Peter Cameron è un autore assolutamente da leggere e amare.