La commedia umana del Cipputi

Tra le poche opere veramente monumentali uscite dalla nostra editoria in questo periodo non possiamo omettere la raccolta, realizzata da Mondadori, delle vignette che Altan ha dedicato nel corso degli anni al suo personaggio più universale: Cipputi (Altan, L’Italia di Cipputi, pagg. 416, euro 12). Riunite in un unico volume, queste vignette perdono l’occasionalità che le ha generate per formare un solido, grande romanzo: uno dei più completi e penetranti della nostra storia negli ultimi trent’anni. Prima di ogni considerazione politica, è necessario dire che l’epopea di Cipputi è un’opera d’arte. Basterebbe l’originalità dei disegni a dimostrarlo: solo il lavoro che ha portato Altan a esprimere un mondo molto complesso attraverso un linguaggio semplicissimo non poteva non richiedere un eccezionale sforzo creativo. Un esempio fra i tanti: i macchinari ai quali lavora Cipputi (Cipputi non è un lavativo, lavora sempre: di norma, sono gli altri a disturbarlo). Sfogliate il libro: non ce n’è uno uguale all’altro. Altan li ha studiati, li ha copiati. Ma poi ci sono le esigenze della vignetta, che a volte deve essere più orizzontale, altre volte più verticale, a volte le battute sono brevi e lasciano spazio, altre volte sono più lunghe e di spazio ce n’è meno. Così i macchinari si moltiplicano, la fantasia ne inventa di sempre nuovi, perché una volta fissato il loro senso l’invenzione può dilagare. Straordinaria anche l’onomastica. In un tempo in cui per uno scrittore cacar fuori uno straccio di nome credibile per i suoi personaggi è l’impresa più ardua, Cipputi riempie di nomi la sua comédie humaine. I suoi interlocutori si chiamano Lollis, Sfrisazzi, Fantazzi, Fizzis, Sbisazza (prevale la doppia z di c....), e poi ancora Berlaschi, Bisnaghis, Girgoni, Busdazzoni, Gavazzi, Vesgoni, Bedoschi, Zighelli, Filetti, e via all’infinito. Non individui, ma un popolo, o meglio una classe. Cipputi è un romanzo corale. Ci sono poi le battute. L’operazione semplificatrice compiuta sul disegno si ripete, identica, sul parlato. In poche semplici frasi, quasi sempre esilaranti, si concentra una complessità di eventi e, con essi, di sentimenti: delusione, speranza, amarezza, passione politica, talora angoscia per il domani - il tutto condito da un sarcasmo talora acre ma che non diventa mai cinico. Nessuna battuta è definitiva. Come tutti i veri artisti, Altan non chiude mai, sa che ogni vignetta deve saperci far attendere la successiva. A far emergere in primo piano il valore artistico di Cipputi contribuisce, tuttavia, il declino della sua forza politica. Escluse alcune frange minoritarie e romantiche, la sinistra di oggi non può riconoscersi nel mondo di Cipputi. Quella di Cipputi è una sinistra - troppo nobile per la mediocrità del presente - che ha perso tutte le battaglie degli ultimi anni, ivi inclusa quella contro un’altra sinistra, più moderna e pragmatica e, almeno in apparenza, meno ideologica. Allo stesso modo, Cipputi piacerà sicuramente molto a una certa destra romantica. Adesso che non è più un nemico politico, il Cippa può essere amato: allora sì che erano di sinistra, mica quelli di adesso. L’avversario di oggi è sempre più brutto, più cattivo e più stupido di quello che non c’è più. Ma il passato, si sa, non ha mai fine, e così le lagne. Al tempo di quel mondo che oggi rimpiangiamo, qualcuno rimpiangeva il marinaio Bakulinciuk de La corazzata Potëmkin. C’è sempre qualche intellettuale che rimpiange. Un tempo erano gli operaisti più operai degli operai, oggi sono quelli lì in tv. E mi nasce una domanda: senza tutti quegli intellettuali tra le balle, non è che, per caso, Cipputi avrebbe vinto la sua guerra? E se avesse vinto, adesso lo ameremmo così tanto?