Una commedia umana al fondo della provincia

Mise alla berlina una ricca galleria di personaggi ma senza mai negare loro uno sguardo misericordioso

Vent’anni fa a Varese moriva Piero Chiara, divorato da un male che invano s’era illuso di domare e poi di vincere, ma che alla fine lo aveva - come disse in una telefonata all’amico Giulio Nascimbeni - «crocefisso al letto». Con lui scompariva tutta una serie di personaggi partoriti, più che dalla sua fantasia, dalla realtà del suo piccolo mondo: lo Sberzi, il Càmola, il Rimediotti, il Carletto detto «Còdega», il Tibiletti, l’impiegato Emerenziano Paronzini amante di tre sorelle zitelle, il pretore Augusto Vanghetta, il commissario Sciancalepre, l’onesto signor Bernasconi, il povero Turati, il giocatore Coduri.
Erano i personaggi che animavano quel paese del lago Maggiore, Luino, in cui Chiara - figlio di un siciliano emigrato al Nord - s’era trovato per caso a nascere e poi a vivere. Luino è all’estremo nord della sponda lombarda del Verbano, chiamata «la sponda magra» per segnare la differenza con quella «grassa», cioè ricca e turistica, che è invece nella parte piemontese. Se nella sponda grassa abbondavano le grandi ville e il grande turismo internazionale, in quella magra la vita era invece, ai tempi di Chiara, più povera e più dura. Ma non per questo meno affascinante, anzi.
Il piccolo mondo luinese - e dei paesi e delle valli lì attorno - offrì a Piero Chiara il destro per raccontare forse la più vera, e più adatta per essere romanzata, vita di provincia. Era un mondo popolato di gente al tempo stesso desiderosa e incapace di fuggire. Molti emigravano. Ma tutti o quasi, alla fine, tornavano, e si immergevano nella quotidianità di chi non se n’era mai andato, e che era rimasto cercando nel gioco e nelle avventure extraconiugali un’altra via di fuga. Così, i pomeriggi al Caffè Clerici o le notti nella bisca improvvisata all’albergo Metropole di tanto in tanto si animavano grazie a chi era tornato e infioriva i propri racconti amplificando esperienze ed avventure: come il Monti, detto «Tonchino», che in Indocina, dopo i temporali, camminava scavalcando serpenti; o come il Lanfranchi che aveva fatto il sarto a Parigi. «Forse l’unica benevolenza che i luinesi abbiano tra loro - scrisse Chiara - è proprio quella di ascoltarsi in quei racconti e di accettarli per veri».
Si giocava d’azzardo, a Luino, in quegli anni tra le due guerre. Si giocava e come detto si cercava l’evasione pure tra le lenzuola delle mogli degli altri, specie delle forestiere, arrivate a Luino al seguito del consorte commerciante o impiegato nella pubblica amministrazione. La monotonia della vita di provincia era intervallata dai racconti di quegli adultéri e, ogni tanto, scossa da qualche reazione cruenta: perché allora, a differenza di oggi, anche i cornuti avevano una loro dignità, e quando scoprivano l’onta la lavavano con il sangue. Erano, come diceva Chiara con ammirazione e nostalgia, «i bei cornuti d’antan».
Piero Chiara, che era nato nel 1913, passò la sua giovinezza proprio così: emigrando (in Friuli, come impiegato della Giustizia), tornando e raccontando, giocando a carte e passando da un talamo all’altro, alla ricerca soprattutto delle donne più devote e più pie, quindi più difficili da conquistare. C’è un racconto, certamente autobiografico come quasi tutti, in cui il giovane protagonista riesce appunto a violare una fino ad allora irreprensibile donna tutta marito e chiesa: e al momento culminante, afferrando e stringendo i fianchi della sua preda, si lascia sfuggire, a mo’ di atto di dolore, un «Mia polpa, mia polpa, mia grandissima polpa».
Scioperato e sciupafemmine senza né posto fisso né fissa dimora, Chiara aspettò la soglia dei cinquant’anni per mettere a frutto ciò che aveva vissuto, anzi dissipato. Fu un suo vecchio compagno di classe, Vittorio Sereni, a segnalarlo a Mondadori. Nacque il suo primo romanzo, Il piatto piange, al quale seguirono La spartizione, Il pretore di Cuvio, La stanza del vescovo, Il cappotto di astrakan, Una spina nel cuore, L’uovo al cianuro e infiniti altri racconti, tutti tra il divertente e il boccaccesco, tutti all’inizio sottovalutati da certa critica con la puzza sotto il naso, ma tutti subito apprezzati da un pubblico sempre più vasto.
Chiara piaceva perché divertiva, ma soprattutto perché portava per mano il lettore sulle onde e sulle sponde del lago Maggiore, in un mondo piccolo quanto si vuole, ma icona fedele di ogni mondo e di ogni umanità. Scrittore tutt’altro che superficiale, Chiara sapeva mettere alla berlina i suoi personaggi, ma tenendo sempre su di essi uno sguardo misericordioso perché consapevole della fragilità di ciascun essere umano.
Chiara divertiva e aveva vissuto una vita tutta apparentemente divertente. Ma mai l’etimologia aiuta come in questo caso: «divertente» deriva da «voltarsi dall’altra parte», distrarsi per non vedere, per sfuggire all’angoscia. Le carte, le donne, la barca a vela erano null’altro che modi diversi per incarnare quella voglia di fuggire tipica della gente del suo lago. C’è un racconto sconosciuto che si intitola Vigilia, pubblicato nel 1995 in soli 186 esemplari da Benincasa, e curato da Federico Roncoroni. È un racconto struggente, anzi disperato, in cui Chiara parla dell’angoscia di una vigilia di Natale vissuta pensando alle sue amanti che avrebbero trascorso la festività in famiglia. Chiara esorcizza l’angoscia elencando una dietro l’altra tutte le sue gesta erotiche con queste donne che l’indomani avrebbero recitato, con i mariti, la parte della moglie fedele. «Qualcuno dirà che sono porcherie, ma per me sono nient’altro che ricordi. Ricordi che vorreste avere anche voi, e che certo avete, anche se a quest’ora siete tutti santi, tutti sentimento famigliare e casti pensieri di panettone e di pollastri leciti e benedetti. Per me sono sempre chiappe invece, e tette, da Pasqua a Natale».
Parole che ricordano drammaticamente quelle pronunciate da uno dei suoi più celebri personaggi, quel Temistocle Mario Orimbelli protagonista de La stanza del vescovo e interpretato al cinema da un grande Ugo Tognazzi. Arrestato per omicidio alla fine del racconto, l’Orimbelli chiede al maresciallo di aprire un baule nel quale conservava gli indumenti intimi di tutte le sue conquiste. «Sono i suoi trofei?», chiede il maresciallo. «Ricordi», risponde l’Orimbelli-Tognazzi, «ricordi di una vita, maresciallo. E che vita». Poco dopo si sparerà.
E forse il più drammatico, e il più bello, dei racconti di Chiara è uno degli ultimi, pubblicato come elzeviro sul Corriere della Sera. Si intitolava Era lui, tornato da chissà dove. Chiara vaga per Luino alla ricerca disperata di se stesso bambino; e ad un tratto gli pare di scorgere in un cortile il Pierino che fu, e di udire la voce della mamma che lo chiama. Ma è un attimo, un attimo solo, poi la visione si dissolve.
Oggi a Luino la casa natale di Chiara è un raffinato ristorante, il «Due Scale»; c’è ancora il Metropole, ma si chiama Palazzo Verbania ed è proprietà del Comune; c’è ancora il Caffè Clerici, e anche il bar Centrale, ma nessuno o quasi vi gioca più a poker o a chemin de fer. Il fascino, la magìa del luogo sono però ancora quelli di allora; e anche Piero Chiara lo si avverte ancora, è una presenza che va ben oltre la targa che porta il suo nome sul viale principale. È come se il suo spirito fosse di nuovo sulle sponde del lago, tornato da chissà dove.