Il commento Abbiate il coraggio: chiamatevi «Casta e Centralismo»

Cosa tiene insieme una compagnia brancaleonina come Futuro e libertà, fatta di meridionalisti doc, giovani rampanti, ex leghisti e vecchi arnesi del fascismo?
Cos’hanno in comune la senatrice Siliquini (eletta la prima volta nel ’94 con la Lega) o Valditara (che negli anni Novanta girava attorno a Gianfranco Miglio) con Mirko Tremaglia, salodiano e inventore di una delle leggi più aberranti della storia recente? Cosa può unire Della Vedova, radicale, libertario e membro del primo Parlamento Padano, con Menia, nazionalista inossidabile che - se potesse - «libererebbe» Enaponte (la denominazione italo-fascista di Innsbruck) e spezzerebbe le reni a una mezza dozzina di Stati balcanici per redimere Istria, Dalmazia e magari anche il Dodecanneso?
Cosa può tenere insieme gente del genere? Solo l’insofferenza per Berlusconi, il fascino molto impalpabile di Fini o l’aspirazione a un superattico a Montecarlo? Capirlo significa capire anche - se possibile - l’intera operazione e il comportamento apparentemente ondivago del Fini. Forse solo apparente perché, oltre a un granitico egocentrismo, un filo di ferrea coerenza c’è, ed è l’odio per le autonomie, per il federalismo e tutto il resto. Il padano Fini è un feroce nazionalista italiano. Capita anche nelle migliori famiglie: Wilhelm Obertank era sloveno di padre ed è finito sulle targhe stradali come Guglielmo Oberdan. Intriso di amorosi sensi per il tricolore Fini lo è sempre stato e per questo odia padanisti, leghisti e federalisti. Dice che la Padania non esiste e così si sublima in un postmoderno Peter Pan, anche lui abitante dell’isola che non c’è, incurante dell’ineleganza di dover mettere sulla carta d'identità «luogo di nascita: sconosciuto o inesistente». Per questo sul lettino dello psicanalista abbraccia l’italianità più voluttuosa. Chiamiamola così.
E i suoi sodali? Stessa roba. È gente che odia ogni autonomia, che ama la cassa unica nazionale, che come Garibaldi anziano e intordellito, si scuote dal torpore con le note dell’Inno di Mameli, che ha solidi interessi legati alla patria, che è antifederalista da sempre, anche se qualche volta ha fatto anche finta di esserlo: errori di gioventù o temeraria azione di intrufolamento?
Quello che li tiene assieme pare proprio essere l’odio per il federalismo, quello che li ha fatti decidere di uscire allo scoperto è il pericolo che il federalismo arrivi, sia pur nella forma molto blanda e slavata delle leggi in itinere. Ma il meccanismo del centralismo unitario è talmente malandato che rischia di crollare anche per una appena percepibile folata di vento e si deve correre ai ripari. Aveva scritto Mazzini che «molto, anzi tutto, importa l’unità: oggi il solo nemico che abbiamo è il federalismo». Mazzini, con De Amicis e Agazio Loiero è una delle buone letture dei finiani.
Tutti si interrogano sul vero significato dell’operazione. È un’azione di disperata difesa dell’unità, non tanto della patria quanto della sua cassa, cui continuare ad attingere con patriottico fervore.
Serve a bloccare le riforme. Serve a tanti, anche a quelli di altri partiti che non le vogliono, anche a quelli che fanno finta di volerle e magari le hanno sottoscritte. A parlà mal se fa pecàa ma se induvina. Vogliamo scommettere che le riforme nel calendario della Camera presieduta dal Fini avranno vita molto difficile?
Non hanno neanche scelto un bel nome. C’è poco futuro e nessuna libertà nelle loro intenzioni. Poi somiglia troppo al «Fascismo e libertà» di quel galantuomo che era Giorgio Pisanò, che se solo li avesse per le mani… Visto che il loro obiettivo potrebbe essere quello di difendere l’esistente, di impedire i cambiamenti e di garantire a chi oggi gode dei facili benefici dell’unità nazionale di continuare a farlo, un nome molto più adatto e originale potrebbe essere «la Casta», «la Casta unitaria». Potrebbero affidarne la presidenza a Scalfàro (con l’accento). Anche Agazio Loiero sarebbe contento.