Il commento «Binnu», capo del male e micidiale generale del crimine

Bernardo Provenzano, padrino e padre. È da una vita che i due ruoli convivono, s’intrecciano in una vicenda criminale e umana che non ha eguali e che va ben al di là dell’immagine di contadino smarrito che il vecchio boss ha fatto filtrare dal suo vertice di sangue e di malaffare. Del resto, si fa presto a dire immagine nel caso di un capo mafioso come lui. Per decenni di «Binnu» negli uffici di polizia è rimasta soltanto una vecchia foto segnaletica, residuo di un fermo lontano, e c’è da credere che la famiglia del boss abbia improntato stili e ritmi a una riservatezza totale, morbosa: non è pensabile che abbiano coltivato l’innocente pratica dell’album che si sfogliava, in tempi pre-telematici, per rivedere frammenti di eventi, nascite, compleanni e matrimoni. E se foto ci sono state in quella famiglia, abituata alle perquisizioni e ai controlli, certo non ritraevano Bernardo Provenzano. E tuttavia i figli ne parlano come di un padre normale, indaffarato e guardingo ma normale, riservato, come s’addice a un uomo posato, di un’altra generazione.
Sia chiaro, sarebbe stato assurdo, impensabile che i figli di Bernardo Provenzano denunciassero il padre e ne additassero la spregevole particolarità di capo mafioso, ma le loro affermazioni possono interessare il criminologo e l’antropologo, non possono alterare un verdetto storico e giudiziario incontrovertibile: «Binnu» è stato un micidiale capo dei capi, un «pezzo da novanta», un generale del crimine organizzato temuto e forse maledetto, ma comunque servito con un’ubbidienza indiscutibile. Se i figli sono pezzi di cuore, certi padri sono pezzi di storia, e non della migliore.
Bella cosa, la famiglia. Per i mafiosi è modello e riferimento: la struttura di ogni gruppo criminale aspira ad avere la coesione e la lealtà che si considerano connesse ai vincoli di sangue, per un boss avere tanti affiliati è come avere tanti figli, mettendo in conto, però, che si debba anche divorare i figli perché la famiglia viva.
La tentazione forte dei boss è quella di fondere i ruoli, di fare dei familiari complici operosi e convinti e questo spiega perché in tutto il Novecento siano stati attivi, forse lo sono ancora, discendenti di famiglie che già negli Anni Settanta del Novecento facevano parte della «conferenza», che era la cupola di allora. Famiglia, un inganno nell’universo mafioso. La subcultura di Cosa nostra decanta una società tradizionale, ordinata e rispettosa dei vincoli di parentela, ma la storia della mafia mostra uomini che hanno ucciso fratelli, cugini, compari.
Quella subcultura parla di onore e di coraggio virile, ma la storia certifica quasi sempre uccisioni a tradimento, agguati e inganni. E allora la testimonianza dei figli di Provenzano assume un valore documentario per eventuali studi sociologici, ma non ha nessun valore probatorio.