Il commento La biopolitica senza libertà

Che la bioetica sia diventata biopolitica sta ormai sotto gli occhi di tutti. La politica si è divisa su una legge riguardante la fecondazione assistita, che, approvata dal Parlamento e confermata dal popolo (il quale, per via referendaria, ne ha impedito l’abrogazione), viene ora in parte rimessa in discussione dalla Consulta. La politica si è divisa sul caso Englaro spingendo il governo a un decreto d’urgenza per impedire che una sentenza di morte pronunciata da altri giudici venisse eseguita. La politica continua a dividersi sul testamento biologico di cui è prossima la discussione alla Camera.
In questa situazione sorprende che chi aspira alla successione di Silvio Berlusconi alla guida del Pdl, Gianfranco Fini, non perda occasione per smarcarsi. Ieri la fecondazione assistita, oggi il testamento biologico, domani, chissà, l’eutanasia. Alla festa del Pd a Genova, Fini aveva sostenuto: «Ogni cittadino e ogni parlamentare deve rispondere alla sua coscienza. Sulla vita e la morte non ci può essere un vincolo di maggioranza o di partito». A meno di un mese ha ribadito: «La Camera decida secondo coscienza». Si riposizionano le linee: nel Pdl, i «venti dissidenti» firmatari della «Lettera per un disarmo ideologico» indirizzata a Berlusconi chiedono la modifica della legge sul testamento biologico, in nome di un richiamo alla «sfera privata» inteso come «riconoscimento dei limiti del legislatore e della sua incapacità di ordinare la complessità delle relazioni terapeutiche e di stabilire una disciplina più giusta di quella già oggi definita dal Codice di deontologia medica». Si parla di una «fronda laica» interna al Pdl, mentre riecheggiano parole grosse: la legge sulla fecondazione assistita e quella in itinere sul testamento biologico sarebbero il frutto dell’invadenza della Chiesa cattolica nell’ambito dello Stato laico. Si è scambiato lo spazio pubblico che la religione ha ormai planetariamente riacquistato nella società postsecolarizzata per una pretesa ingerenza del Vaticano nella politica italiana. Il fatto epocale è un altro. La religione non riguarda più soltanto la sfera privata, la fede, ma è ritornata ad esprimere ragioni, occupa uno spazio nella sfera pubblica. Politicamente un dato va registrato: non solo Fini si è posto fuori dallo schieramento politico cui appartiene, ma ha assunto posizioni radicali, neppure condivise da parti consistenti dell’opposizione. La legge sulla fecondazione assistita è uscita dal Parlamento e non dal Vaticano e per un cattolico doc gran parte delle tecniche di fecondazione assistita ammesse dalla legge sarebbero peccaminose: quella legge non è cattolica, è soltanto una legge che tiene conto dei diversi soggetti coinvolti, anche degli embrioni.
Sul versante del fine vita il discorso è aperto e c’è da augurarsi che il lavoro parlamentare possa modificare il disegno di legge approvato dal Senato, riparando notevoli guasti. Ma questo richiede impegno e non dichiarazioni a effetto. Ma qui casca l’asino. Quando la bioetica si trasforma in biopolitica non è più possibile affrontare la cosa ricorrendo a cliché liberali: il semplice passaggio dalla coscienza individuale (dalla società) alla sfera del politico (Parlamento), rende ogni decisione «politica» e non più, semplicemente, morale. Nell’epoca della riproducibilità tecnica della vita e del differimento tecnologico della morte naturale un movimento politico deve avere una sua precisa linea. Il Pdl è chiamato a impegnarsi. Stiamo, invece, assistendo a un paradosso: Berlusconi viene fatto passare per un fautore dello Stato etico di gentiliana memoria, mentre Fini aspira a presentarsi come un vecchio liberale alla Constant. In realtà entrambi i modelli sono oggi obsoleti.