Il commento Un bosco in Duomo? L’importante è parlare

La proposta di mettere un boschetto in piazza Duomo in qualche modo messa in bocca a Renzo Piano mi sembra assai forzata, più rubata in qualche modo a un autorevole protagonista del dibattito culturale che una idea realmente compiuta e meditata. Il coro di prese di distanza (da Mario Bellini a Vittorio Gregotti a Massimiliano Fuksas e altri) mi sembra più un episodio di caccia grossa a un uccellino scappato dal nido (ci si riferisce naturalmente non alla «star Piano» ma all'«invenzione del boschetto») che il contrasto a un'opinione forte. Forse il sindaco Letizia Moratti avrebbe fatto meglio, in questo senso, ad aspettare un momento, che si sedimentasse il dibattito, prima di esprimere un qualche consenso al «boschetto».
Eppure anche un dibattito un po' sbalestrato diventa opportuno per una città che ha bisogno innanzi tutto di ragionare molto su stessa. Quando i grandi architetti che abbiamo citato, sottolineano come il «verde» richieda un progetto, spiegano come le grandi piazze abbiano una loro storia (sia architettonica sia sociale) che non può essere svillaneggiata, come il carattere monocentrico di Milano vada rispettato, quando ricordano che i progetti vadano preparati e non possano nascere sotto i funghi (né sotto le archistar o i grandi direttori di orchestra), qualcuno potrebbe osservare che ci si limita a considerazioni sostanzialmente banali. Ma in certe occasioni la banalità e ancora meglio il buon senso sono merce preziosa. Milano è una grande città, che spesso si trasforma per forza propria. Chiunque faccia due passi in vecchi quartieri industriali come dietro a Porta Genova o in via Mecenate o in fondo a Baggio, coglie i tanti passaggi avvenuti da una economia industriale a una terziaria. Certo, lo sviluppo spontaneo non risolve nodi di fondo e dunque serve ripensare regole che erano misurate su una società diversa. Ma si tratta di passare da regole a regole, non da un mondo selvaggio a uno comunque migliore, magari solo perché «più verde». Si tratta di affermare un sistema di programmazione dello sviluppo meno vincolistico come ha spiegato l'assessore allo Sviluppo del territorio di Milano Carlo Masseroli. Servono progetti meno rigidi. Ma è indispensabile una visione della città. E questa non nasce e cresce senza dibattito. Ben vengano dunque le proposte rumorose, anche poco meditate, se poi fanno discutere su che cosa è una piazza storica, su dove si possono costruire viali alberati e chiazze di vegetazione (e dove no: si consideri la modestia dei quattro alberelli messi «a forza» - già negli anni Ottanta - contro la natura del luogo a piazza San Fedele proprio dietro Palazzo Marino). C'è stato in questi giorni una ribellione dei commercianti sull'ipotesi di nuovi spazi pedonali nel centro: il consenso si conquista con i progetti dotati di visione mai con le invenzioni, neanche con quelle geniali, figurarsi con quelle estemporanee.