Il commento C’è troppo caos sui nostri treni

L’alta velocità, per dirla con il signor de La Palisse, riduce i tempi di percorrenza tra le stazioni ferroviarie. Perciò presenta l’ulteriore vantaggio di limitare i danni ai timpani dei viaggiatori che intendano leggere, o scrivere, o semplicemente riposare. Una volta non era impossibile starsene in santa pace: bastava evitare gli scompartimenti con più di una donna. Perché, una volta rotto il silenzio, non l’avrebbero finita più di chiacchierare del più e del meno. Ma ora quei poveri viaggiatori si trovano tra due fuochi: tra la maleducazione di chi usa il telefonino a più non posso e l’insipienza delle ferrovie dello Stato.
Ormai il cellulare è impiegato come una clava sulle teste pensanti. Un po’ da tutti. Dalla ragazzina che vuole sapere dal fidanzato quanto l’ama. Dal commesso viaggiatore che illustra urbi et orbi il campionario. Dal ragioniere che si riempie la bocca di budget, perché dire bilancio non fa fino per i fessi in servizio permanente effettivo. Dai soliti provinciali che passano da un «weekend» a un «ok», tanto per rammentare a improbabili smemorati di Collegno che abbiamo perso la guerra. Se l’avessimo vinta, in America avrebbero bevuto il Chinotto anziché la Coca Cola. Dulcis in fundo, si fa per dire, non mancano mai seccatori che attaccano bottone o fanno gli occhi di triglia alla bellona di turno. Uno strazio, credetemi.
Come se tutto questo non bastasse, si aggiunge il personale delle ferrovie. Ogni annuncio, replicato in più lingue, di solito è un urlo straziante che fa vibrare i finestrini. Un tempo si avvertiva la spettabile utenza (sic) a recarsi nella piattaforma tra un vagone e l’altro per telefonare. Ammaestrati dal dottor Spock prima maniera, le ferrovie si sono ben presto pentite di tanto rigore. E hanno cambiato musica. Adesso si raccomanda solo di abbassare la suoneria dei telefonini per non arrecare disturbo. Capirai. È perfettamente inutile dire che quasi nessuno si uniforma all’invito. Comunque, si continua a parlare a voce tanto più alta - fateci caso - quanto maggiore è la distanza dell’interlocutore. Le buone creanze, si sa, sono morte bambine.
Sul Corriere della Sera di martedì, che ha dedicato un’intera pagina alla sacrosanta crociata contro i rumori, buon ultimo si lamenta di questo deplorevole stato di cose il sociologo Giampaolo Fabris. Tanto più che nella confinante Svizzera le carrozze del silenzio esistono anche in seconda classe. Ma non risponde al vero che da noi se ne parlò nel 2007 e poi non se ne fece nulla. Infatti, nei cinque anni in cui fui condannato nel carcere di Montecitorio, non foss’altro che per egoismo mi feci parte diligente.
Il 20 ottobre 1997 così presentai al ministro dei Trasporti un’interrogazione per sapere, premesso che la distinzione tra vagoni per fumatori e vagoni per non fumatori si era rivelata positiva, se non ritenesse opportuno predisporre apposite carrozze per quanti intendano leggere o riposare.
Con notevole ritardo, nella seduta della Camera del 19 marzo 1998, il sottosegretario Giuseppe Soriero mi dette atto di aver sollevato «un problema di grande civiltà che interessa tanta parte dell’opinione pubblica». Sembrava fatta. E invece si trattò dell’ennesima promessa che il governo Prodi si guardò bene dall’onorare. Ora toccheremmo il cielo col dito se, oltre all’alta velocità, il governo Berlusconi desse il suo assenso anche a carrozze ad hoc per viaggiatori esasperati da tanta maleducazione. I nostri timpani, dopo tutto, meriterebbero un po’ di rispetto.
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