Il commento Chi critica «Avvenire» non offende la religione

Eccoli lì, i falsi laici, pronti a dar prova di pochezza. Ieri tuonavano contro l’asservimento del centrodestra ai dettami vaticani, ora sgranano il rosario ad una festa voluta da Celestino V. Cui Dante dedicò una definizione feroce: «Colui che fece per viltate il gran rifiuto», non riferendosi certo alla mancata perdonanza. C’è tanta gente, in giro, che è nata chierichetto, salvo passare la vita a cercare un dio in cui credere ed un parroco da servire.
Quando le gerarchie cattoliche intervengono, sulla procreazione assistita o sul fine vita, scatta subito l’accusa d’ingerenza. Molti democratici confusi sono cultori inconsapevoli della teoria mussoliniana: la Chiesa ha diritto ai soldi e all’autonomia, ma non a far politica. La scuola laica, quella vera, con pochi alunni, la pensa diversamente: dicano pure quel che pensano, e cerchino di farlo valere, anche rivolgendosi ai parlamentari che si professano cattolici. Per noi, questa, è l’essenza stessa della democrazia. Del resto, correva il lontano anno 1974 quando la maggioranza degli elettori, in un Paese che si dice quasi tutto cattolico, fece «marameo» ai dettami provenienti dal Cupolone.
Non c’è ingerenza, se i prelati manifestano opinioni, anche con forza. Non c’è offesa alla religione, se si risponde loro dissentendo, anche con forza. L’Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, paragonò la politica verso l’immigrazione alla persecuzione nazista degli ebrei. Un’inquietante cretinata, un’offesa alla storia ed al presente. L’ho scritto, chiaro e tondo, senza tirare in ballo questioni di fede.
In quanto alla privacy, è stata tirata in ballo (da Berlusconi) a sproposito. Se si fosse scritto sui costumi sessuali, di questo o di quello, avrebbe ragione, ma una sentenza, come anche un patteggiamento, non hanno nulla di privato e riservato, sono pubbliche. Per definizione. Può sembrare strano, in questo Paese di trasformisti, ma noi opinionisti siamo tenuti alla coerenza, altrimenti siamo solo sparaballe a pagamento. Se un Tizio tuona per la moralità e poi patteggia per molestie è bene che il lettore lo sappia. Ci guadagna, almeno, il buonumore.
Anche questo (triste) episodio passerà, magari con qualche penitenza, ma resta l’arretratezza culturale di chi crede, a seconda dei casi, che sia laico far tacere i vescovi, e sia segno di moralità baciar loro la pantofola.
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