Il commento Ci mancavano solo le lezioni di stile del corrotto-chic

Ai tempi di Mani pulite il suo era un caso da manuale. L’avevano arrestato per le tangenti, lui che era presidente della Dc milanese e vicepresidente della Sea, ma non era sparito con la coda fra le gambe. No, era rispuntato nei bar vicino al palazzo di giustizia indossando una fiammeggiante maglietta con la scritta Mani pulite team. Una vittima della sindrome di Stoccolma? Il sessantaquattrenne avvocato Roberto Mongini continua, ora che Mani pulite si appresta a festeggiare la maggiore età, a far parlare di sé. Anzi, regala lezioni dal pulpito di Repubblica e concede perle di saggezza, lui che può. Dunque, nell’intervista al quotidiano diretto da Ezio Mauro, afferma che con l’arresto di Milko Pennisi, il presidente della commissione urbanistica del Comune di Milano ammanettato mentre incassava un obolo, Tangentopoli non è tornata. Tranquilli, il pericolo non c’è perché i signori di Tangentopoli viaggiavano alti. «Altra classe». Testuale. «Tangentopoli - ci spiega il "professor" Mongini - era un sistema consolidato e generalizzato. Riguardava tutti i partiti e l’intero Paese».
Storicamente, è andata proprio così, l’avvocato snob sembra farne una questione a metà fra l’ estetica e l’etica della mazzetta: «Quando venivi nominato in una società... sapevi che dovevi sì amministrare bene, ma anche procurare soldi al partito... Non dico che allora non ci fosse chi ne approfittava per sé, ma era un’eccezione». E oggi?
Oggi, ci fa sapere l’informatissimo Mongini, «mi sembra diverso. Se qualcuno pensa di fare una coglionata non credo lo faccia per portare i soldi al partito». Ecco la lezione: «I democristiani mangiavano, ma almeno sapevano stare a tavola». Come i socialisti e i comunisti. Bella consolazione. Allora, nella prima Repubblica, si rubava per il partito. Oggi non è più così e i Pennisi di turno sarebbero degli straccioni di strada rispetto ai loro fratelli maggiori, maestri del galateo oltreché, dato trascurabile, della mazzetta.
Strana lezione, davvero, quella di Mongini. Teorico, addirittura, della superiorità antropologica dei corrotti della prima Repubblica. Lui che tributava la standing ovation ai pm che l’avevano messo in galera, deve aver dimenticato un paio di dettagli. Trascurabili, per carità. Primo. I partiti, tutti, avevano messo in piedi un sistema di taglieggiamento che alla fine ha messo in ginocchio il paese. Tangenti sugli appalti, appalti che slittavano come un’auto sul ghiaccio, costi lievitati come soufflè. Certo, i soldi che venivano portati via alle imprese e all’economia finanziavano maggioranza e opposizione ma più d’uno, già che c’era, apriva anche la borsa. È il secondo passaggio. Dice nulla il grottesco epilogo dell’ingegner Mario Chiesa che butta i soldi nel water? Però, che classe. Anche se, va detto per gli esegeti di queste cose, Chiesa in un’intervista al Giornale ha messo in discussione la versione ufficiale e ha fatto balenare che quello del water fu un diversivo, perché in realtà i soldi finirono altrove. E non furono ingoiati dallo sciacquone. Che eleganza. Duilio Poggiolini, il ras della sanità che fa impallidire gli scandali di oggi, i bigliettoni li teneva invece in un pouf. Come in un film su Gomorra. O meglio, di Paperone de’ Paperoni. Diego Curtò, presidente vicario del tribunale di Milano fu arrestato dopo aver buttato in un cassonetto una tangente da 480mila franchi svizzeri. Altri tempi. Altra tempra. Altra classe.
Il cassiere socialista che muore d’infarto, quello democristiano sepolto sotto una coltre di avvisi di garanzia, alcuni degli imputati che, come raccontato dai pm del pool, confessavano già al citofono. Mongini se la cava dicendo che la corruzione in Italia è sempre esistita. Fortuna che non si è improvvisato storico, altrimenti ci avrebbe spiegato pure lo scandalo della Banca Romana e il Giolitti ministro della malavita. Ma la mezza autoassoluzione, condita con il battimani ai pm, non quadra. E non convince. Nessuno vuole mettere in discussione i pregi e i meriti della prima Repubblica. Ma certi paragoni stonano. Meglio, molto meglio sapere, o almeno sperarlo, che i partiti non confiscano più con tasse occulte il lavoro degli imprenditori, non truccano più i bilanci, non drogano più gli appalti e non narcotizzano più l’economia. Dividendosi con chirurgica precisione quote e contributi. Almeno su questo versante, il rimpianto è bandito.
I cortigiani della tangente non ci piacevano allora. E neanche ora. Se davvero oggi i politici con la bustarella sono eccezioni, ma c’è chi pensa l’esatto contrario, vuol dire che abbiamo fatto un passo in avanti. Tutti.