COMMENTO Coalizione colpita ma non ancora ko

La maggioranza incassa un voto di protesta, i ballottaggi però sono
apertissimi. E chi festeggia la fine del berlusconismo s’illude:
l’opposizione sta ancora peggio

Il gancio c’è stato, brutto e sotto il mento, ma chi già parla di ko sottovaluta le doti da incassatore del Cavaliere. L’ultimo gong non è stato ancora suonato. Il resto è cronaca. Ha perso la Moratti e con lei soprattutto Berlusconi. Il rito dei come e dei perché è cominciato in fretta. Ed è normale. Molti diranno che la sconfitta è figlia di una campagna elettorale da estremisti, troppo politicizzata. È il «di qua o di là» che non ha funzionato. Ma tutti quelli che cantano il de profundis del berlusconismo dimenticano che c’è ancora il ballottaggio e sarà una corsa a due, uno contro l’altro, bipolare, «politicizzata». È una sfida ad handicap per la maggioranza, ma ancora tutto può succedere.

Siamo sicuri, per esempio, che la borghesia meneghina, magari irritata con Berlusconi, sia pronta a mettere nelle mani di Pisapia il governo di Milano? Molto dipenderà da come la sinistra piddina e radicale saprà gestire questa vittoria provvisoria. La voglia di strafare, di esagerare, di gridare alla liberazione, la festa sfrenata di chi da tempo sogna la caduta del Cav potrebbe alla fine spaventare gli stessi elettori che si sono allontanati da Berlusconi. La storia della sinistra, d’altra parte, dimostra che spesso è incapace di resistere alle proprie tentazioni (e ossessioni).
I dati con cui fare i conti sono questi. Sale Grillo, scendono Vendola e Di Pietro, in calo di voti e non rappresentati, rispettivamente, da Pisapia e da De Magistris. Il terzo polo retrocede a quarto, scavalcato in molte città dal movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Il Pd tiene Torino e Bologna ma è cancellato a Napoli dove ha governato, male, per quasi vent’anni. Non c’è dubbio, però, che sia Milano l’epicentro della scossa.

A Milano si sono sommati una serie di errori che nemmeno Berlusconi ha potuto cancellare: d’altra parte anche a lui i miracoli non possono riuscire sempre. E in fondo non è giusto vincere e governare con i miracoli. Il ballottaggio a Olbia e Cagliari, dove il centrodestra governava dal 1994, fa capire che è giunto il momento di cambiare strategia: meno comizi e più governo.
Cosa è mancato? Quanto pesa la campagna elettorale? Il primo verdetto di queste amministrative suona come un segnale, una stanchezza dell’elettorato storico, ma non è una questione di toni. È più la reazione a questo continuo parlare di Berlusconi, una litania ripetuta soprattutto dai suoi avversari, che riduce il destino del Paese alle sole sorti del Cav. È stato un basta, ma può decantare. Restano i nodi da risolvere.

Berlusconi ha perso, ma ancora una volta non c’è alternativa. È un voto di protesta che punisce il Cavaliere ma non premia il Pd, che dovrà di nuovo fare i conti con la resurrezione della sinistra radicale dei Pisapia, dei De Magistris, dei Grillo. La centralità del Pd viene erosa dalla pressione di queste forze che non hanno una cultura di governo, ma si esaltano nell’opposizione a oltranza e nella frammentazione. Può essere davvero questa l’alternativa? Difficile. A meno che qualcuno possa considerare realistica un’alleanza che comprenda Pd, Grillo, Vendola e Di Pietro.
Questo, chiaramente, non serve a nascondere gli errori della maggioranza. Troppe polemiche, troppe chiacchiere, troppi vassalli e valvassori occupati solo a coltivare il proprio orticello. Il Pdl ha fatto l’errore di guardare troppo lontano, scrutando il futuro, con il risultato di smarrire il presente, tanto da non accorgersi che la tensione nell’aria è più alta del dovuto. Senza considerare che il rigore con cui ha tenuto i conti non si sposa con la popolarità. La retta via finanziaria tracciata da Tremonti è un merito, ma i suoi frutti saranno visibili domani. I governi seri scontano sempre le elezioni intermedie.

Il Carroccio non riconosce la sconfitta. A chi fa notare che a Milano ha perso, alle regionali del 2010 nel capoluogo lombardo aveva preso il 20 per cento, la risposta è un cambio di prospettiva: se si guarda alle comunali del 2006 la Lega ha triplicato le sue percentuali. Allora infatti prese il 3,75 per cento. Teoricamente è vero, in pratica no. Ma chiaramente non è questo il centro del problema. I rimproveri che ora si fanno a Bossi è di non aver ascoltato il suo elettorato, che non gradiva la fedeltà a Berlusconi. Ma la storia insegna che il Carroccio ha guadagnato e vinto proprio quando è stata tutt’uno con il Cav.

I troppi distinguo, i troppi stop and go hanno allontanato il proprio elettorato, che ha avuto la percezione che i vertici fossero i primi a non essere convinti dell’alleanza pro Moratti. I ghirigori tattici non sono un elemento di identità e finiscono per disorientare il proprio elettorato. Quando Bossi dice che la Lega «perde per colpa del Pdl» non aiuta. Non è questo il momento per aprire una frattura profonda tra i due volti della maggioranza. È gettare la spugna o una fuga quando per una volta l’amico è alle corde.