Il commento Colpire un modello per minare la pace

Colpire Herat e gli italiani per azzoppare la strategia della Nato. L’obbiettivo dei terroristi che ieri mattina hanno assaltato il Prt (Provincial Reconstruction Team) e altri edifici simbolo nel capoluogo del settore occidentale dell’Afghanistan è chiaro. Bombe, morti e sangue puntano a compromettere il ritiro programmato e la pacificazione del paese. Da qualche mese la principale delle quattro province sotto controllo italiano è un caposaldo della strategia dell’Alleanza atlantica. Da Herat, una delle aree fino a ieri più tranquille dell’Afghanistan, parte a luglio il cosiddetto «processo di transizione dei poteri» ovvero il trasferimento della sicurezza nelle mani di esercito e polizia afghani. Il passaggio è essenziale per avviare quel ritiro destinato a concretizzarsi nel 2014. Rallentandolo e facendosi beffe delle procedure di controllo trasferite a polizia ed esercito afghani, i talebani puntano a dimostrare l’inadeguatezza delle forze governative e a diffondere nuove paure tra i civili.
Una Herat costretta ad attendere con angoscia il passaggio di consegne alle forze di Kabul sarebbe il simbolo del fallimento della Nato. Fallimento nell’addestrare i nuovi responsabili della sicurezza. Fallimento nel programmare il calendario del ritiro. Fallimento degli sforzi fin qui fatti per restituire al governo la capacità di governare il paese. Ovviamente l’attentato di ieri non basta né a seminare il panico nella provincia, né a dimostrare il fallimento della transizione appena avviata. I talebani, a differenza di chi deve proteggere un territorio molto vasto possono permettersi il lusso di colpire come e quando vogliono e concentrare il meglio delle loro forze su un unico obbiettivo. Dietro quell’attacco si nasconde però una minaccia concreta e palpabile. Herat rischia, da qua a luglio, di trasformarsi nel principale bersaglio di una strategia di destabilizzazione rivolta a disarticolare i piani dell’Alleanza. L’articolazione e il coordinamento con cui è stato messo a segno un attacco in una città dove ben raramente si erano viste operazione di questo genere fa pensare a capacità operative e disponibilità d’armi ed esplosivi assolutamente inedite e inconsuete per gli insorti che operano nella zona di Herat. Gli attacchi multipli e l’utilizzo di diversi kamikaze, entrati in azione in fasi diverse per seminar scompiglio tra i difensori, sono il marchio di fabbrica del gruppo Haqqani, una formazione guidata non dal Mullah Omar, ma da una famiglia di leader tribali molto vicina ad Al Qaida e ai servizi segreti deviati pakistani.
ino ad oggi il clan Haqqani, basato nella provincia di Khost, non aveva mai colpito le zone occidentali. Un loro coinvolgimento nell’attentato di ieri potrebbe esser legata all’ambiguo ruolo di un Pakistan interessato a far fallire i negoziati in corso tra la Nato e i luogotenenti del Mullah Omar. Una pace decisa dalla Nato e dalle fazioni del Mullah Omar - sempre meno propense a farsi controllare da Islamabad - lascerebbe il Pakistan assai isolato. Per questo molti sospettano che ieri a Herat sia entrato in scena un attore assai pericoloso e insidioso incaricato di far fallire sia il processo di transizione e sia il negoziato parallelo indispensabile per la pacificazione del paese. Solo la capacità dei nostri soldati di procedere nel passaggio di consegne e di prevenire assieme agli alleati afghani nuovi attentati in una regione strategica per il futuro della Nato e dell’Afghanistan riuscirà a sventare queste manovre.