Il commento La crisi: l’alba di una civiltà nuova di zecca

Quando - e come - usciremo dalla crisi? A fine 2009, si diceva. Ma l’ultima profezia è che «il 2009 sarà terribile». Si parla del 2010, anzi del 2011. Alcuni pensano a una durata da cinque a dieci anni. E ricordano che la crisi del 1929 cominciò a finire solo nel 1938-40 e che non furono i grandi lavori pubblici del New Deal rooseveltiano a strappare gli Stati Uniti alla disoccupazione e alla recessione, ma il balzo dell’industria degli armamenti, quindi la guerra.
In realtà le previsioni sono incerte perché non si coglie il fenomeno in toto, essendo incapaci di definirne la natura. Cecità che deriva in parte dal fatto che gli analisti non vedono l’evento che ci opprime sulla lunghissima durata. Va abbandonato il riferimento al 1929 e alle crisi di fine ’800. I paragoni vanno fatti coi tramonti delle civiltà, fenomeni di decenni e perfino di un paio di secoli!
Del resto la crisi non è più la causa, ma il sintomo. Accade così per la fine dell’Impero romano, quando un intero sistema - economico, politico, culturale - si altera, poi scompare. Ma il processo è proseguito per l’«antichità tardiva», che va ben oltre la data spesso convenuta (476). Nel 600, nel 700, si è ancora in un’antichità tardiva, mentre appariva la feudalità - fondata sulla servitù, la relazione da uomo a uomo, la nascita dei feudi che poi origineranno regni e nazioni. E il «medioevo», con le monarchie, si prolunga fino al XVI secolo. Ma già agiscono mercanti fiorentini e veneziani, fabbricanti, primi banchieri con lettere di credito. Nasce e cresce il capitalismo, strutturando i rapporti umani, realizzando la prima globalizzazione e giungendo all’apogeo alla fine del secolo XIX. E subito scricchiola: prima guerra mondiale (che determinerà la seconda), rivoluzione russa, crisi del ’29: questa crisi è la storia del XX secolo. Il terzo millennio è quello della globalizzazione, secondo trionfo apparente (e reale) della civiltà capitalista, mentre la crisi che viviamo segna sia la sua mutazione, sia la sua caduta.
E dopo? Chi lo sa? Ma tutti sentiamo che in questo mondo «finito» sta apparendo un’altra civiltà (Internet, ecc.). E presto l’individualismo esasperato, tipico di questo momento storico, sarà inquadrato e regolato.
La crisi dell’industria automobilistica potrebbe rispecchiare la fine del sistema: l’auto ha permesso di spostarsi liberamente, è l’espressione della riuscita tecnica e dell’individualismo. Ha organizzato lo spazio urbano, separato l’abitazione dal luogo di lavoro. Ci ha resi padroni dello «spazio-tempo». E poi ecco le crisi del petrolio, quella climatica, gli ingorghi, ecc. Torna il tempo dei radicamenti e soprattutto dei trasporti pubblici! E Internet permette, come le videoconferenze, il lavoro a distanza. Una civiltà declina. La crisi è una delle doglie di questo «parto». Ce ne saranno molte altre. Nell’ultimo mese, 630.000 disoccupati in più! E che cosa sarà quando fallirà la General Motors!
(Traduzione
di Maurizio Cabona)