Il commento La crisi spazza via l’incubo iraniano

Uno degli incubi della comunità internazionale era che Israele, con l'assenso più o meno tacito di Bush, approfittasse della fase di transizione della presidenza americana per attaccare le installazioni nucleari iraniane. Ora, questo incubo è pressoché svanito per una serie di ragioni: anzitutto Israele è senza governo e il dimissionario premier Olmert non sarebbe in grado di prendere una decisione così grave; in secondo luogo, gli stessi israeliani si sentono rassicurati dalla decisione del presidente eletto di non consentire all'Iran di diventare una potenza nucleare; infine (se non soprattutto) nelle ultime settimane sono considerevolmente aumentate le speranze di liberarsi, con le elezioni del giugno prossimo, del presidente Ahmadinejad, e di avere presto a Teheran un regime meno aggressivo.
Le ragioni di questo improvviso ottimismo sono molteplici. A causa del tonfo del prezzo del greggio, l'Iran incasserà d'ora in avanti 50 miliardi di dollari l'anno in meno e farà un ulteriore passo verso il collasso economico. Ahmadinejad, già sotto accusa per avere sperperato la inattesa bonanza petrolifera degli ultimi due anni, disporrà perciò di meno risorse sia per tenere buono il proprio elettorato, sia per portare avanti il suo programma nucleare, che sta entrando ora nella sua fase più costosa. Già da varie settimane il governo è costretto ad attingere al Fondo di stabilizzazione per coprire il deficit corrente e, se il prezzo del barile resterà così basso, presto rimarrà a secco. Con un'inflazione che ormai tocca il 30% e le sanzioni Onu che cominciano a mordere, Ahmadinejad è in rapida caduta di popolarità. Lo stesso Parlamento gli ha appena inflitto una cocente sconfitta, sfiduciando il suo ministro degli Interni Ali Kordan, colpevole di essersi attribuito una laurea inesistente. Ad attaccarlo non sono più solo i riformisti, ma anche il bazar, che gli rinfaccia di avere isolato il Paese con il suo fanatismo, e perfino i conservatori, che temono una reazione della piazza. Forse nella speranza di uscire dal tunnel, il Presidente ha di recente ammorbidito i toni, inviando un messaggio di congratulazioni sorprendentemente conciliante a Barack Obama, ma il solo risultato è stato di essere attaccato, per ragioni opposte, da entrambi i fronti.
L'opposizione, sentendo il vento favorevole, sta premendo sull'ex presidente «liberal» Khatami perché scenda nuovamente in campo nelle elezioni dell'anno venturo. Essa conta molto sul fatto che i Paesi occidentali, alla luce dell'aumento di arresti arbitrari, casi di tortura e soprattutto esecuzioni capitali, stanno lanciando una offensiva contro le sistematiche violazioni dei diritti umani, un tema cui la parte più colta della popolazione è molto sensibile. Gli avversari di Ahmadinejad si rendono conto che la sua liquidazione non sarebbe risolutiva, perché nella teocrazia iraniana le decisioni finali spettano alla suprema autorità religiosa, l'ayatollah Khamenei, ma sono anche convinti che, di fronte a una convincente vittoria riformista, questi sarebbe costretto ad aggiustare il tiro. Che qualcosa si muova, lo dimostra anche il fatto che il premier turco Erdogan, prendendo spunto dal cambio della guardia a Washington, si sia offerto di fare da mediatore tra America ed Iran: se non intravedesse almeno uno spiraglio, un uomo politico accorto come lui non si sarebbe esposto così tanto.