Il commento La cultura di sinistra non è don Gallo

Con il tempo un po’ così, che non permette articoli sull’estate più calda del secolo e nemmeno paginate sull’estate più piovosa del millennio, con i finiani un po’ meno loquaci del solito e addirittura in assenza del delitto dell’estate, è toccato inventarsi un dibattito che riempisse le pagine d’agosto.
Ci ha pensato il teologo Vito Mancuso che su Repubblica ha palesato i suoi turbamenti etici per il fatto di pubblicare per Mondadori, casa editrice che - di fronte a un contenzioso con il fisco - dopo aver vinto i primi due gradi di giudizio tributario, ha preferito pagare una multa, piuttosto che restare nell’incertezza contabile e rischiare di affrontare un ulteriore processo fiscale.
Insomma, roba che con i libri di Mancuso c’entra come i cavoli a merenda e, semmai, c’entra con il vero scandalo italiano: l’incertezza del diritto per tutti coloro che si trovano a che fare con lo Stato, anche quando hanno ragione. Me lo raccontava proprio ieri un pasionario leghista come Fabio Costa, carrozziere a Sampierdarena, alle prese con un caso incredibilmente simile a quello della Mondadori. Nel piccolo, ovviamente, ma simile: i giudizi finora gli hanno dato ragione, eppure il fisco può ancora ricorrere.
Fatto sta che, a partire dai turbamenti di Vito Mancuso, da qualche giorno è in corso un dibattito surreale sul tema: può uno scrittore di sinistra, che magari scrive su Repubblica, il giornale dell’ingegner De Benedetti, sì quello dell’Olivetti, sì quella che vendette i computer decotti allo Stato, continuare a pubblicare per Mondadori (e, già che ci siamo, pure per Einaudi, berlusconiana pure lei)? (...)