Il commento La via d’uscita è la recensione in versione pop

C’è un modo facile di commentare la ferale notizia che ci informa sul decesso del supplemento letterario del Washington Post. Basta affermare che si tratta dell’ennesimo trionfo dei barbari, per usare la formula cara a Baricco. Il modo difficile, invece, il più difficile e indigeribile di tutti, consiste nell’ammettere che le varie discipline (l’arte, la poesia, ma anche l’economia o la teologia) non hanno la stessa centralità in ogni epoca. Ricordate? Solo vent’anni fa il telegiornale non dedicava alcuno spazio all’economia, ritenuta materia per addetti ai lavori. Qualche anno dopo, durante la presidenza Reagan, la tivvù ha messo ignare famiglie di fronte all’esoterismo di termini che prima conoscevano sì e no gli agenti di Borsa. Ma è sempre stato così: durante il Medioevo la teologia era la scienza per eccellenza, quella che relegava le altre ad una posizione ancillare. Qualche secolo dopo, grazie a Galilei, si era trasformata in una pistola ad acqua. La poesia italiana del Trecento approda al Quattrocento, il secolo senza poesia, la grande arte del Rinascimento si nullifica nell’età dell’Illuminismo e si potrebbe continuare all’infinito.
Perché scandalizzarsi, allora, se oggi assistiamo alla progressiva marginalità della critica letteraria? La critica letteraria è diventata marginale perché la letteratura ha smesso di essere ciò che era nel Novecento: la miglior lente disponibile per comprendere - e cambiare - il mondo. Vogliamo difendere gli spazi dedicati alle recensioni, ai libri, in una parola alla letteratura? Cominciamo col riconoscere che il romanzo, travolto dai cambiamenti della società, ha smesso di essere un’arte ed è tornato ad essere ciò che è sempre stato: un comodo strumento di affabulazione, non necessariamente connesso a verità filosofiche; nonché un genere di comunicazione praticato sempre più spesso da persone (avete provato ad ascoltare gli scrittori ospiti a Fahrenheit? Non fanno quasi tutti pena?) completamente prive non solo di statura intellettuale, ma del minimo charme.
Ecco, forse è per questo che i supplementi letterari muoiono: perché continuano a mobilitare un armamentario specialistico che meriterebbe ben altra materia, e ben altra società. Antonio D’Orrico lo ha capito bene. Forse, per non morire d’ipocrisia, dovremmo capirlo tutti.