Il commento Ecco perché i milanesi snobbano i loro musei

(...)Parliamo del Museo della Scienza, seguito al 18mo posto dal Castello Sforzesco e soltanto al 25mo dalla Pinacoteca di Brera, anch’essa in eterna attesa di nuova vita. In clima di tagli nazionali e locali alla cultura, vale davvero la pena di interrogarsi su che cosa significhi «valorizzare l’esistente», ma per farlo è imprescindibile analizzare le cause di questo semi-disinteresse dei milanesi verso i loro tesori, aldilà e indipendentemente dal fenomeno delle mostre-evento di cui pure le amministrazioni hanno sovente snocciolato dati entusiasmanti ma che certo testimoniano l’esistenza di una forte domanda di cultura spesso disattesa o comunque superiore all’offerta.
La situazione generale non pare essersi rivitalizzata più di tanto neppure con il nuovo Museo del Novecento, che rispetto alle code dei primi mesi di gratuità ha perso 100mila visitatori, nè col rinnovato e ampliato Museo Archeologico di via Nirone che da aprile, pur avendo raddoppiato il pubblico, non ha superato i 9.000 visitatori. Il fatto è che i nostri musei dimostrano di avere poco appeal non tanto per colpa delle loro collezioni, che pure non sono paragonabili nè a quella dei Musei Vaticani nè a quella degli Uffizi nè a quella del veneziano Palazzo Ducale, quanto a causa di format francamente obsoleti rispetto agli standard internazionali. A cominciare dagli orari di apertura. La Pinacoteca di Brera, ad esempio, chiude al pubblico alle 19.15 ma l’ultimo ingresso valido è alle 18.30. La Galleria d’Arte Moderna alla Villa Reale, che pure vanterebbe una cornice di tutto rispetto, serra i cancelli alle 17.30, e stesso dicasi per il Museo Archeologico e per il Museo del Risorgimento. Ora la domanda è: quali cittadini, a parte i disoccupati o i pensionati, potrebbero permettersi di visitare un museo prima delle 17?
I custodi e i turni costano, è vero. Ma possibile che non esistano soluzioni alternative per elasticizzare gli orari, utilizzando ad esempio stagisti o i famosi volontari del Touring, sindacati permettendo? Il Museo Diocesano, tanto per fare un esempio, per tutta l’estate resterà aperto soltanto nelle ore serali fino a mezzanotte senza variare il monteore del personale di custodia. Perchè no?
Ma, ovviamente, non si tratta solo di una questione di lancette. Nella nostra città manca un museo, come ce ne sono tanti all’estero, dove i giovani o le famiglie possano trovare il piacere di trascorrere un intero pomeriggio, indipendentemente dalla mostra in cartellone; anche perchè le collezioni permanenti, si sa, dopo la seconda volta annoiano. E infatti nei musei europei - da Basilea a Berlino - le collezioni variano e si mescolano a mostre temporanee ma anche a spazi conviviali e commerciali che trasformano questi luoghi in un meltin’ pot di cultura contemporanea. Il Centre Pompidou di Parigi, che è aperto tutti i giorni dell’anno fino alle 10 di sera, ne è forse ancora oggi l’esempio più eclatante ed è un progetto ormai datato a 35 anni fa. Senza pretendere di eguagliare certi modelli e forse senza il bisogno di costruire nuovi contenitori che poi l’amministrazione ha difficoltà a gestire (come ha detto Boeri), molto si potrebbe fare per valorizzare il famigerato «preesistente». A cominciare dalla Pinacoteca che, in attesa di molto futuribili ampliamenti, potrebbe approfittare di un quartiere turistico fortemente frequentato soprattutto di sera per prolungare almeno una volta alla settimana i suoi orari. La «notte bianca» di Brera di qualche mese fa ha confermato che funzionerebbe.
E ancora: come risponderebbero i cittadini se, soprattutto d’estate, il polo Pac-Villa Reale ai giardini di Palestro (e anche la Besana) offrisse una caffetteria o un bistrot degno di questo nome, magari all’aperto con vista sul parco? Una delusione, sotto questo profilo, è arrivata anche dal Museo del Novecento che ha riservato spazi troppo esigui alle mostre temporanee e che ha di fatto negato ai giovani una magnifica terrazza, appaltata a uno dei ristoranti più cari della città. Non pare affatto strano, infine, che i cittadini ignorino l’esistenza di Palazzo Morando, ovvero di un museo della Moda che, nella capitale mondiale del fashion, meriterebbe ben altri spazi e ben altri allestimenti. Magari, perchè no, all’ex Ansaldo dove dopo anni di lavori si insegue un’altra chimera: una non ben definita «Città delle culture». Se il Comune vuol davvero ottimizzare le risorse, c’è solo l’imbarazzo della scelta.Mimmo Di Marzio