Il commento Io, laico, dirò sì alla legge

Credo nella libertà di ciascuno di scegliere secondo i propri valori, secondo la propria coscienza, ed eventualmente secondo la propria fede, a quali condizioni vivere e a quali condizioni morire.
Pochi anni fa una persona è morta fra le mie braccia dopo mesi di sofferenze indicibili che le hanno tolto progressivamente la mobilità, l'autonomia delle funzioni, la parola, il sorriso, e infine il respiro. E che prima della vita le hanno tolto, giorno dopo giorno, la dignità della vita.
(«Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare».)
Questo peserà sulla mia coscienza quando esamineremo i disegni di legge sulla vita e sulla morte, i disegni di legge sulla dichiarazione anticipata di trattamento, che sono attualmente all'esame della competente Commissione del Senato.
Ma oggi non si discute di questo. Si discute di una norma-ponte verso la possibilità di una legge. Una norma che, proprio per la complessità e delicatezza della materia, e considerando che siamo ormai vicinissimi a una sua organica disciplina giuridica, ci suggerisce, in attesa di essa, di astenerci da atti irreversibili, su cui si dovrebbe sospendere il giudizio. Atti che - certo con il nobile intento di lenire il dolore, ma anche con il discutibile arbitrio di saperlo interpretare correttamente - gettano ponti assai fragili e instabili sul vuoto della legge. Così va letto il pur lodevole tentativo di una sentenza di una corte di giustizia, che - al di là delle buone intenzioni - di fatto introduce la possibilità, per il nostro sistema sanitario, di far morire di fame e di sete una persona non autonoma e gravemente disabile.
Ci sarebbe stato bisogno di avere prima una legge, quella legge che verrà invece fra qualche settimana, o qualche mese. E ci sarebbe bisogno che, non avendo saputo fino ad oggi dare questa legge, la politica rispettasse il dolore e se ne tenesse più lontana. Oggi la politica, per dirla con Pessoa, è un calice che trabocca di dolore altrui. E questo non avrebbe dovuto essere.
Il buon senso, l'incertezza, la discrezione, l'umiltà di fronte alla morte, mi spingono dunque ad un sì che sento come un male minore di fronte al grande male di questo perdurante, insopportabile vuoto nel quale compaiono inquietanti mostri.
* senatore