Il commento Lascia la forza della semplicità

Si sa che quando uno muore si mettono in movimento opinioni, giudizi, apprezzamenti e qualche parola in più per coprire quella bara di rumore. Poi la bara entra nella fossa e il rumore cessa. Restano solo i ricordi, i sentimenti delle persone vere, quelle che hanno amato il defunto. Sarà così anche per Francesco Cossiga. Lui sembra dirci da questo momento in poi: «Basta». Sì, basta con questi discorsi che spesso sanno di circostanza, di istituzione, di necessità per far emergere legami inesistenti tra Francesco e chi si vanta della sua amicizia.
Conosco abbastanza bene i sassaresi vivendo ormai da 30 anni tra di loro (ho una Comunità terapeutica proprio a Sassari). Sono persone che conservano legami forti tra di loro, legami che non si fermano alle apparenze, al ruolo che la persona occupa. I sassaresi stanno volentieri insieme, passano molto tempo a raccontare i loro vissuti, sentono a pelle se una persona è vera o bugiarda. La loro storia passata fatta di sacrifici, di campi da coltivare e pascoli da mantenere indenni dalle fiamme, di greggi che assicurano lo stretto necessario per vivere, tutto ciò ha segnato la parte profonda del loro io di essenzialità nel linguaggio. Cossiga ha sempre espresso nelle sue parole e scelte questo suo mondo interiore privo di formalismi, di raggiri machiavellici. È un uomo che appartiene alla sua terra, alla cultura sarda che dà valore alla parola pronunciata, ma soprattutto alla propria vita vissuta in modo trasparente. Certamente ci furono anche in questo uomo politico alcuni limiti, penso alla testardaggine tipica dei sardi, una testardaggine positiva che vuole difendere a tutti i costi valori e tradizioni.
Francesco ha rifiutato persino i funerali di Stato. Credo che la scelta di un rito solamente familiare e religioso fosse per dare a noi tutti un messaggio: quando cala il sipario della morte tu rimani solo con le persone che ti hanno voluto bene e con quel Dio che ti accoglie. Gli altri stanno fuori da questo «santuario» della morte, non lo devono sfruttare come palcoscenico per i propri fini. Come è facile diventare qualcuno anche in queste circostanze. La meschinità umana mai s’arresta, anzi s’appropria anche del dolore per eccellere, per far intendere (e qui sta il ridicolo) che le qualità del defunto appartengono al relatore, al politico che gli fu amico. Con i morti è facile diventare amici: non possono né confermare né smentire ciò che si dice... Credo pertanto che si debba ricordare silenziosamente i meriti di questo uomo. Questa capacità di trattenere nell’anima chi ha ci ha lasciato è senz’altro un esercizio raro che appartiene alle persone che sanno far vivere dentro di sé l’immagine di chi ha segnato la loro vita.
Francesco ora riposa nel cimitero tra i suoi familiari che l’hanno preceduto. Una buca ha accolto il suo corpo. È la sorte di tutti, anche se la nostra fantasia annienta questa fossa. Che cosa conta ancora per Francesco, per noi? I discorsi dei politici, gli elogi degli amici, le lacrime di chi ci ha voluto bene? Certo, la parte umana che si esprime non va demonizzata, scartata. Vorrei che sia Francesco a darci l’ultima picconata, quella vera, la più forte: «Amici, quando il nostro corpo viene posto nella fossa, ci rimane solo Dio». Qualcuno gli potrebbe chiedere: «Francesco, ma questa risposta vale anche per gli atei?». Con una battuta gli risponderebbe: «Cosa ci puoi fare? Dio c’è e qui conta lui, non le tue idee».