Il commento È merito del governo se la società è più saggia dei partiti

MOSSE Sincerità, riformismo e impegno: così l’esecutivo ha rasserenato gli animi infuocati da toghe e sindacati

Giorgio Napolitano in diverse occasioni dice cose sagge, anche perché, al contrario di recenti imitatori, ha una visione drammatica della realtà, eredità di una storia complessa ben rimeditata, che non scade a banalità formalistica condita da provocazioni arroganti. Tra le cose sagge c’è la constatazione di come la società civile italiana sia molto più pacificata di quella espressa dal ceto politico (e aggiungo io dai media). Una constatazione che richiede però una riflessione sul perché questo fenomeno avvenga oggi. Solo poco tempo fa, infatti, assistevamo a un furibondo dissociarsi dei ceti medi dalle politiche fiscali del governo, a un malessere del lavoro dipendente con alto tasso di proteste nonostante il governo Prodi fosse in simbiosi con la Cgil. Alla disperazione delle popolazioni campane per i rifiuti. A studenti che protestavano a migliaia contro la politica pur contradditoriamente riformista del centrosinistra.
Oggi i ceti medi, pur guardando con preoccupazione al futuro, hanno un rapporto di franco confronto con il governo, i lavoratori sono arrivati ai più bassi tassi di sciopero da decenni, le ultime manifestazioni di studenti hanno visto le aule ben piene. Ogni tanto qualche piazza si riempie a vociare contro Silvio Berlusconi, ma deve raggruppare i fondi del rancore per garantirsi un successo. Nonostante la crisi, una società pur preoccupata esprime volontà di pacificazione. Ma tutto ciò non casca dal cielo, nasce direttamente dalla politica del governo: sin dalla campagna elettorale si è detta la verità sulla gravità del momento (mentre nel centrosinistra si parlava di tesoretti), si è costruito un rapporto imprenditori-lavoratori che ha frenato la disoccupazione meglio degli altri Paesi europei. Ai ceti medi si è chiesto rigore ma si è evitata ogni persecuzione fiscale, centrando poi con lo «scudo» l’obiettivo di far rientrare capitali, ricostruendo insieme le condizioni per il dispiegarsi di un rapporto leale con lo Stato, incrementando entrate e investimenti. Dimostrazione di come la battaglia per superare il diffuso compromesso illegale che ha condizionato la vita della Prima repubblica sia possibile con la ragione senza puntare solo su moralisti, spesso con il conto in Svizzera. Così al Sud l’antimafia e l’antispazzatura dei fatti hanno registrato seri successi. La pace nella società civile non è un miracolo bensì frutto di un governo che è stato messo dall’unità della sua maggioranza nelle condizioni di poter operare efficacemente a partire da una finanziaria che è stata trasformata («deprecabilmente»?) in un atto di bilancio di uno Stato moderno invece che nel suk ereditato dal consociativismo regnante dagli anni Settanta in poi.
E così come la pacificazione non viene dal cielo, anche le risse politico-mediatico (e giudiziarie) non nascono per caso o da quel generico populismo che evocano Pier Ferdinando Casini e Massimo D’Alema: nascono da sommovimenti di nomenclature, cioè di settori che non esprimono più essenzialmente la loro funzione ma una rendita di potere, mobilitate per salvare il proprio residuo peso. Naturalmente tutti i varchi che si aprono per ricondurre a una normalità da libera società occidentale l’Italia sono benedetti e vanno percorsi, sapendo però che se ricominciano i pasticci partito e partitinocratici, se la magistratura non torna al suo mestiere, se rispunta il potere della Cgil, non solo non ci sarà pacificazione della politica, ma riprenderà la guerra della società civile.