Il commento La metamorfosi dei nemici

Il primo gennaio Silvio Berlusconi diventerà per la terza volta presidente del G8, dopo Napoli 1994 e Genova 2001: un privilegio che finora non era toccato a nessuno statista, di nessuno degli otto grandi Paesi membri. Ma ciò che più conta è che stavolta il premier affronterà l'impegno in una posizione di forza, non più da parvenu della politica come un tempo era considerato all'estero, ma da «senior statesman» che, da quando è ritornato al potere, le ha indovinate tutte e ha riscosso consensi quasi unanimi dai suoi colleghi.
Ha preso la posizione giusta in occasione del conflitto georgiano, mediando con successo tra i due principali contendenti, i suoi amici Bush e Putin, ed ha contribuito così ad evitare quel ritorno al clima della «guerra fredda» che sarebbe stato esiziale non solo per gli interessi italiani, ma per il mondo intero. Ha giocato magistralmente le sue carte all'ultimo Consiglio Europeo sull'emergenza climatica, dove è riuscito contemporaneamente a strappare le concessioni di cui la nostra industria aveva bisogno e a riscuotere il plauso del presidente di turno Nicolas Sarkozy. Ha promesso un maggiore impegno militare in Afghanistan, ma ha ottenuto in cambio che anche l'America accentui il suo impegno per la ricostruzione della società civile, in linea con quella che è stata, fin dall'inizio, la politica italiana. Ha trovato il tempo di fare una serie di viaggi lampo in Paesi cruciali per i nostri rapporti economici, portando a casa impegni e contratti. Ha ristabilito gli stretti rapporti di amicizia con Israele compromessi dal governo Prodi, ma senza irritare il mondo arabo, tanto che è riuscito a consolidare i rapporti con l'Egitto a un livello mai raggiunto prima e a portare a conclusione quel patto di amicizia con la Libia che inseguivamo da anni. Ora avrà il compito delicatissimo di pilotare l'allargamento del G8 ai grandi Paesi emergenti, India, Cina e Brasile in testa, senza il cui apporto sembra difficile risolvere la crisi economica mondiale.
Ci sono vari parametri per misurare il successo di una politica estera. Il primo è naturalmente l'influenza che un Paese riesce ad esercitare sulla scena internazionale, e sotto questo punto di vista l'Italia si ritrova oggi in una posizione che forse non aveva mai avuto nel dopoguerra. Il secondo è il giudizio della grande stampa: ebbene, possiamo dire che i tempi in cui l'Economist definiva in copertina Berlusconi «incapace di governare l'Italia» sono lontani, e che la differenza rispetto all'atteggiamento dei giornali, sempre critico e talvolta addirittura sarcastico di un tempo, è sotto gli occhi di tutti. Infine, non si può fare a meno di rilevare che l'opposizione, che all'inizio lo attaccava per la sua «politica delle pacche sulle spalle» e pronosticava una inevitabile perdita di prestigio dell'Italia sotto la sua guida, da qualche tempo è ridotta - almeno su questo punto - al silenzio.
Ciò non significa che tutto sia rose e fiori. L'Italia continua ad essere il grande Paese occidentale che destina meno risorse alla politica estera, che per ragioni di bilancio ha dovuto chiudere Consolati e Istituti di cultura, che anche nelle sedi più importanti tiene meno diplomatici dei concorrenti e che deve misurare con estrema attenzione gli impegni militari all'estero in difesa della pace. Se il Paese vuole consolidare i recenti successi, sarà necessario, appena i conti pubblici lo consentiranno, allargare i cordoni della borsa.