Il commento Al Nord il Pdl deve intercettare gli autonomisti delusi

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Il sistema bipolare costringe alle alleanze, garantisce stabilità ma genera strane e pericolose convivenze: ne sa qualcosa Prodi e neppure Berlusconi, che pure ne ha finora tratto il massimo vantaggio, di questi tempi ne è immune. La presenza di un centro sbilanciato a sinistra e le paturnie della parte finiana dello stesso Pdl costringono il Cavaliere e i suoi a cercare nuove forze da aggregare. Questo spiega il recupero della Mussolini e di Storace ma anche di compagni di viaggio più imbarazzanti come Mastella e l’estremissima destra, o rognosi come Lombardo. È però strano che si faccia generoso esercizio della cristiana virtù della pazienza per raggranellare qualche «zero virgola» e che si ignori una fetta assai più corposa di possibile elettorato.
L’astensione ha raggiunto numeri ragguardevoli, fino a sfiorare il 40%, e riguarda gente che non si sente rappresentata da nessuno. È un mondo piuttosto variegato: ci sono anarchici, astenuti storici ma anche simpatizzanti di cause (di destra, sinistra, di sopra, di sotto) che non trovano sulla scheda simboli che ritengono rassicuranti.
Soprattutto nei collegi padani, una discreta parte di questi trappisti del voto vive nel variopinto mondo dell’autonomismo, che va dal localismo campanilistico, al regionalismo, fino all’indipendentismo padano. Si tratta in larga parte di ex elettori della Lega che l’hanno abbandonata cammin facendo. Il grosso è rappresentato da quei quasi due milioni e mezzo di elettori (la differenza fra i voti del 1996 e del 2001) che l’hanno lasciata per altri partiti, per partitini autonomisti o per starsene a casa.
Solo una piccola fetta è ritornata sui suoi passi: i voti recuperati dalla Lega negli ultimi anni provengono infatti da gente di sinistra e (soprattutto) da ex aennini che apprezzano principalmente le posizioni del Carroccio sull’immigrazione. Si sta verificando uno strano fenomeno di ricambio dell’elettorato che oggi è solo in parte composto da padanisti, peraltro sempre meno contenti di come vanno le cose, che vengono sostituiti da gente che non è (o non è ancora) federalista o autonomista ma che apprezza il ruolo che gioca la Lega di governo. I vecchi leghisti resistono per mancanza di alternative o vanno, piano piano, a ingrossare le file degli astenuti.
Si è così formato uno strano gomitolo di centinaia di migliaia di voti in libera uscita che farebbero davvero comodo al centrodestra per assicurargli vita più serena in alcune regioni eternamente in bilico, come Piemonte e Liguria, ma anche Trentino e Friuli. È gente che molto difficilmente voterebbe la sinistra a meno che questa assumesse molto improbabili caratteri «alla catalana». Ma potrebbe votare la coalizione di destra ad alcune condizioni: l’abbandono del nazionalismo più becero e più garanzie di federalismo e autonomia di quelle che ottiene la Lega, accusata di cadreghismo e di essersi italianizzata.
Chi potrebbe opporsi al loro recupero è - va da sé - proprio la Lega che non vuole concorrenti e che per questo ha sempre sostenuto leggi elettorali che impediscono la formazione di nuovi movimenti. In questo è oggettivamente favorita dall’alto grado di litigiosità e frazionismo degli autonomisti esterni.
Eppure l’esigenza di recupero è forte e sentita: nei giorni scorsi il più astuto dei colonnelli bossiani, Cota, che deve affrontare una campagna difficile, ha fatto dichiarazioni fortemente anti-risorgimentali, lisciando il pelo al vecchio autonomismo ancora ben radicato in Piemonte.
Ma è solo un espediente. Più conveniente sarebbe favorire una federazione di gruppi autonomistici, anche debolmente strutturata, ma alleata del Pdl: un aggregato in grado di intercettare i voti che potrebbero fare la differenza. Certo nel tempo potrebbe creare seri problemi al brand originale: se funzionasse potrebbe eroderle parte dell’elettorato indipendentista lasciandola in balia dei voti volubili e poco affidabili degli ex finiani. Però potrebbe anche scattare una sorta di benefica concorrenza, come succede in Catalogna, in grado di innalzare il potenziale davvero federalista e liberale dell’intera coalizione, costringendo definitivamente la sinistra a un ruolo di retroguardia statalista e centralista. Ci si potrebbe fare un pensierino natalizio.