Il commento Obama pronto al via col piede sbagliato

«Yes we can» è stato il fortunato e insistito leitmotiv della campagna elettorale di Barack Obama. «Possiamo»: cambiare le cose, cambiare l'America e il mondo, per prima cosa facendo rispettare la volontà degli elettori e il loro ampio mandato per il rinnovamento, dalla Casa Bianca ai due rami del Congresso. «Sì, se puede» era la traduzione regionale e ispanica, cui era intestata una organizzazione di sostegno al leader democratico del New Mexico Bill Richardson, latore di un decisivo apporto a Obama dell'elettorato americano di lingua spagnola e anche per questo ricompensato con la nomina a ministro del Commercio.
Invece non sempre se puede è l'espressione più frequente degli ultimi giorni in Congresso. Ci sono tante cose che non si possono fare o che non si riesce a fare. Per esempio riunire oggi, data fissata dalla Costituzione, a ranghi pieni per l'inaugurazione del nuovo periodo legislativo. Non si riuscirà a fare approvare con l'urgenza richiesta da Obama e in una situazione oggettivamente di emergenza, il nuovo piano di «stimolo» per l'economia. Trecentodieci miliardi di dollari, al dichiarato fine di tenere in vita l'economia con una respirazione bocca a bocca. Un provvedimento necessario adesso, dice il Presidente; ma adesso non si può, risponde il Congresso a maggioranza democratica. Bisogna esaminare, discutere, controllare, stare attenti ai contraccolpi. Invece di un aiuto d'emergenza il pubblico dovrà sorbirsi uno dei tipici dibattiti congressuali. Anche perché il Senato non è pronto numericamente. Ci sono senatori da sostituire, a cominciare da Obama e proseguendo con il nuovo vice Joe Biden e il nuovo segretario di Stato Hillary Clinton.
Quasi nessun successore è pronto, per vari motivi. Per la Clinton manca l'accordo su chi dovrà succederle in Senato, tenace essendo la lotta in corso fra i sostenitori e i detrattori di Caroline Kennedy (dissapori fra dinastie, oltre al resto). Nel Minnesota non si sa ancora con sicurezza chi ha vinto: probabilmente il candidato democratico, un comico di professione di nome Franken. Peggio ancora in Illinois, dove si deve appunto sostituire Obama. Il governatore dello Stato, Rod Blagojevich, ha nominato, come è in suo potere, l'erede Ronald Burris e nessuno ha da obiettare su di lui. Eppure i suoi colleghi di partito dicono che lo rifiuteranno per protesta contro Blagojevich, che è accusato di avere tentato di vendere al miglior offerente, senza peraltro riuscirvi, la poltrona resa vacante da Obama. I rigori della legge incombono su di lui, nessuno ha riserve su Burris, ma l'innocente può essere colpito per far dispetto al colpevole. In attesa della soluzione auspicata dal leader democratico del Senato, Reid: tenere fuori Burris fino a che Blagojevich si dimetterà lasciando il posto all'attuale vicegovernatore, Pat Quinn, che potrà rinominare Burris e questa volta tutti lo applaudiranno.
Il Congresso si sta dunque arenando nelle controversie e nelle astuzie procedurali, in marcato contrasto con le esigenze del nuovo presidente, approdato ieri a Washington con un volo, per la prima volta, dell’Air Force One. Qualche problema, del resto, ce l'ha anche la Camera per gli scandali attribuiti a un deputato democratico. Obama rischia dunque di partire col piede sbagliato o perlomeno in ritardo. Ma nel 2009 andare in fretta evidentemente «non se puede». Il primo a riconoscerlo è stato proprio l'«ispanico» Richardson, che ha rinunciato all'incarico prevedendo una inchiesta prolungata sugli asseriti contributi illegali alla sua campagna. «Alla fine sono scagionato, ma il governo e il Paese perderanno mesi preziosi».