Il commento Orgoglioso di quell’epiteto Così rivendico il valore della differenza

Ha ben ragione a lamentarsi Fini dei giornali quando, nel riportare notizie di cronaca nera, sottolineano la provenienza etnica del malandrino solo quando è straniero. Si impegnino tutti i giornalisti a riportare il luogo di provenienza di tutti i malfattori con pedantesca sistematicità, senza limitarsi a segnalare il luogo di residenza ma quello di origine, che gli svizzeri chiamano l’«attinenza», cioè il posto dove ognuno ha le sue radici. È giusto fare emergere dall’anonimato le falangi di scippatori cuneesi e di borseggiatori rovigotti che finora si sono omertosamente coperte. L’indicazione sistematica dell’attinenza metterebbe fine a ogni discriminazione e prevenzione: tutti uguali davanti alla statistica e nessuna maliziosità nei confronti degli immigrati! Magari il presidente della Camera si può fare promotore di una bella «legge Fini» sulla trasparenza delle origini, sulla rintracciabilità del malaffare, proprio come si fa per i provoloni e le luganeghe.
Fa anche bene a dare dello stronzo a chi impiega qualche parola di troppo contro gli immigrati: da un maestro di bon ton come lui non ci saremmo aspettati niente di meno di una giusta condanna della maleducazione nei confronti dei foresti. Lascia invece molto più perplessi la sua precisazione che stronzi sono anche quelli che vedono, prendono atto o segnalano «diversità». Perché un conto è maltrattare un diverso, altro è dedurre o affermare che lo sia. La diversità non è un difetto, è un pregio, è - per usare un termine politicamente corretto - una opportunità. Il mondo è bello perché è vario, e cioè diverso, dice un vecchio proverbio. La natura e l’universo sono straordinari e ammirevoli perché sono l’insieme di miliardi di diversità di ogni tipo: un mondo di paesaggi, alberi, animali ed esseri umani tutti uguali sarebbe una tragedia invivibile. Le ideologie che propugnano ogni forma di uguaglianza assoluta sono mortifere: lo dovrebbe ben sapere chi, come Fini, viene da un ambiente politico che è cresciuto nell’ostentazione orgogliosa delle diversità, nel disprezzo guasconesco per ogni omologazione: «Noi siam fatti così!», «Me ne frego!» e tutto il resto del repertorio.
Gli stranieri sono diversi da noi, sono diversi fra di loro, e - grazie a Dio - anche fra di noi ci somigliamo poco? E allora? A nessuna persona civile è concesso di maltrattare il suo prossimo qualsiasi sia il grado di diversità esistente, ma è un inalienabile diritto di ognuno affermare, difendere e vantare la propria diversità, proprio come sottolineare nel più assoluto rispetto quella degli altri.
Da un po’ di tempo Fini prova grande tenerezza nei confronti degli immigrati, forse per la comune condizione in cui si trova di migrante di destra nel suo nuovo mondo di sinistra. Si è trasformato da fan di John Wayne con berretto verde in emulo di don Giorgio De Capitani, ma questo non può fargli perdere il senso della misura, della diversità che c’è fra chi riceve e chi offre ospitalità, la diversa comprensione per chi vive una condizione di disagio perché è straniero e per chi il disagio lo prova anche maggiore per l’invasione della propria casa. Il rispetto per gli immigrati perbene è meritorio, quello per la nostra gente è sacrosanto, per chi soffre per i disagi economici e magari per la concorrenza foresta è obbligatorio. Ne sono così convinto che mi prendo ben volentieri l’epiteto di stronzo come fosse una medaglia. Spero anche che il numero di quelli che si sentono orgogliosamente stronzi cresca fino a diventare un salutare tsunami.
Aveva scritto il grande Gianni Brera a proposito degli immigrati dei suoi tempi: «Benvenuti, fratelli d’Italia, ma ricordate che questo è ancora il nostro Paese». Stronzo anche lui?