Il commento Pellicole da cinefili noiose e senza mordente

Maurizio Cabona
I l cinema - si sa - è la continuazione della politica con altri mezzi. Lo conferma il verdetto del III Festival di Roma, che ha dato all'infimo Resolution 819 di Giacomo Battiato il Marco Aurelio d'oro del pubblico e al noioso Opium War (Guerra dell'oppio) di Siddiq Barmak il Marco Aurelio d'oro della critica.
Sul secondo di questi premi si poteva mettere la mano sul fuoco già in apertura di catalogo della rassegna: Opium War, film di un afghano sugli afghani che litigano fra loro nelle campagne per questioni di vicinato (abitano chi in una carcassa di blindato sovietico, chi in una carcassa di elicottero statunitense...), è una «delizia» che qualunque giuria di cinefili premierebbe. A Berlino, a Cannes e a Venezia sarebbe stato uguale, perché il tipo umano del giurato è quasi sempre lo stesso.
Quanto al film di Battiato, mutatis mutandis, vale lo stesso discorso. Il pubblico dei festival è simmetrico a quello dei giurati. Alligna nei cinéma d'essai e con rare eccezioni vota a sinistra e all'estrema sinistra. In un festival, dove non può votare partiti, vota i film che lo facciano sentire moralmente superiore a tutte la altre aree politiche, quindi in grado di giudicarle, anzi di processarle. Dunque un film come Resolution 819 sulla strage di Srebrenica, per quanto televisivo tanto quanto il (da loro) deprecato Sangue dei vinti, li ha fatti sentire sceriffi della democrazia, gioco per nulla innocente: infatti dichiara banditi tutti gli altri.
I premi agli attori, sempre emessi dalla critica, sono il corollario di questa logica.
Donatella Finocchiaro, che ha i tratti mediterranei per diventare la nuova Magnani, viene premiata oltre misura per il fiacco Galantuomini di Edoardo Winspeare, dove il suo personaggio di capo della malavita, cioè di meridianale emancipata, è parso interessante. Senza esserlo.
Unico premio con una parvenza di logica è quello per Bohdan Stupka, protagonista del Cuore in mano di Krzysztof Zanussi, dove interpreta un oligarca della malavita in attesa di trapianto. Zanussi ha fatto di meglio, ma il suo film vale, da solo, tutti gli altri premiati.