Il commento Perché Sanremo rifiuta la cultura?

Non fossi stato chiamato, con Nanni Balestrini, Umberto Eco, Aldo Nove, Magdi Cristiano Allam, Andrea Pinketts, Dacia Maraini, Edoardo Sanguineti, Giordano Bruno Guerri, Lina Wertmüller, Alex Jodorowsky, Ennio Cavalli, Giorgio Albertazzi, Federico Moccia, Romano Battaglia; a scrivere una canzone per l’incredibile cd di Ottavia Fusco, avrei qualche esitazione a intervenire nella polemica aperta da Vittorio Sgarbi (il suo nome s’è affiancato a quella straordinaria legione) per l’esclusione del suo «pezzo», Come Cleopatra, dal Festival di Sanremo. Alle motivazioni sempre a segno di Vittorio, mi permetto, dunque, aggiungere qualche amara riflessione: è già accaduto lo scorso anno, e certo prima ancora, che luminari della scienza, maestri di poesia o romanzo, dottori di linguistica ed eziologia, premiati in tutto il mondo, abbiano avvertito l’impulso di tuffarsi, senza alcuna garanzia, in quella folla tanto variegata, tanto litigiosa, tanto rischiosa, tanto fascinosa quanto inaffidabile che è il loro, il nostro popolo. L’autore de Il nome della rosa e quello della Montagna sacra sono scesi dai piedistalli su cui la critica del pianeta li ha posti e si sono gettati, col sorriso, in pasto al popolo. Per comprendere e per farsi comprendere. Era ora, in un paese che conta sei milioni di analfabeti e dodici di semianalfabeti.
Sanremo, con il suo timbro nazionalpopolare tanto caro a Gramsci, appariva come la perfetta «agorà» per una fratellanza che non chiedeva riconoscimenti di critica o di mercato, non minacciava i valorosi autori della nostra Canzone, ma si univa a loro in nome d’un linguaggio tanto amato e vissuto da ogni italiano: la musica. Ma fallo capire, un messaggio tanto semplice, a chi esclude la presenza d’un Nobel come la Montalcini promettendo una Signora Sarkozy che ha rifiutato la cittadinanza italiana.