Il commento Quando l’Antitrust europeo mina la libertà di impresa

È significativo che, in tutta Europa, la condanna di Intel abbia suscitato essenzialmente un forte stupore in ragione delle dimensioni della sanzione: più di un miliardo di euro. Ma analisi critiche quasi non ce ne sono state, dato che attorno all'Antitrust c'è un consenso generale: un unanimismo che non ammette contestazioni. Eppure sul piano teorico la legislazione in materia di concorrenza fa acqua da tutte le parti. Già mezzo secolo fa, con notevole efficacia retorica, Ayn Rand sottolineò come l'antitrust possa distruggere un'azienda qualunque prezzo quest'ultima faccia: se è alto (perché ciò induce a sospettare un abuso di posizione dominante) ed egualmente se è basso (perché in questo caso è possibile che si tratti di dumping). Ma anche fare prezzi uguali agli altri non aiuta ad evitare sanzioni, perché un qualunque commissario europeo può sospettare che tutto ciò sia la conseguenza di un cartello.
Nel caso specifico, Intel è stata condannata perché ha elaborato strategie commerciali finalizzate a rafforzare la propria posizione: ad esempio - questa è una delle accuse - offrendo i propri prodotti sottocosto. Nel mondo da «Alice nel paese delle meraviglie» della legislazione sulla concorrenza, chi pratica prezzi bassissimi va infatti incontro a punizioni...
Il guaio maggiore è che l'antitrust limita la libertà d'impresa e pone l'intero mondo produttivo sotto scacco, poiché larga parte dell'economia finisce nelle mani di organismi di natura essenzialmente politica: specie in Europa. Negli Stati Uniti (che pure l'antitrust l'hanno inventato) in virtù dello Sherman Act l'autorità regolatoria può infatti contestare l'agire imprenditoriale di un'azienda (politica dei prezzi, marketing, acquisizioni, e così via), ma solo se dimostra che ciò arrechi un danno ai consumatori. Quella europea, invece, è una versione più fondamentalista, poiché l'autorità interviene anche soltanto per tutelare il competitore debole.
In tal modo, chi non riesce a servire al meglio il pubblico e ha una quota di mercato modesta ha sempre l'opportunità di chiamare in causa l'arbitro (come ha fatto, nel caso di Intel, il concorrente AMD) e quindi può ottenere a tavolino quella vittoria che non aveva saputo ottenere sul campo. Ma ciò produce fatalmente una netta politicizzazione dell'economia: al punto che oggi il buon imprenditore non è colui che sa cosa fare nella sua fabbrichetta brianzola o sui mercati asiatici, ma chi possiede le giuste conoscenze a Roma, Washington o Bruxelles. Se la morale degrada, neppure l'economia ne guadagna. Decisioni come quest'ultima conducono a modificare i programmi originari delle imprese (Intel lo ha già fatto intendere), che erano stati dettati da considerazioni di mercato e quindi erano volti a soddisfare il consumatore-sovrano. In tale contesto, insomma, è meglio sposare strategie magari meno efficaci e razionali, ma destinate a non subire contraccolpi politico-legali. Dall'obiettivo di soddisfare il pubblico a quello di compiacere alle curiose teorie di Mario Monti e Neelie Kroes. Non mi pare un passo in avanti.