Il commento Quanti paradossi nella lotteria per diventare madri

Sono le strane coincidenze che piombano in redazione, direttamente dalla vita vissuta. Mentre si dà il giusto rilievo, con la giusta pena e la giusta incredulità, a questa madre che si accanisce come una furia sul bambino adottato, arriva sui nostri tavoli anche il grido disperato di un’altra mamma. Una mamma potenziale. Una mamma dentro. Purtroppo, una mamma inservibile, perché non le concedono la creatura che potrebbe trasformarla in una mamma vera. Da anni vorrebbe prendersi in casa un bambino, ne prenderebbe anche due, «per accompagnarli nella vita e possibilmente aiutarli a diventare persone degne», ma questo macchinoso, cervellotico, pachidermico - e diciamolo: anche un po’ delirante - sistema delle adozioni non la ritiene adeguata: non bastano le sue intenzioni, non basta quel pozzo senza fondo di amore che mette a disposizione, lei con il marito. Purtroppo, le manca la vista.
Le parlo al telefono, mi risponde dal Salernitano. Si chiama Mara Sicignano. Ha 45 anni, lavora come impiegata nel comune di Pagani, il suo paese. È anche molto impegnata in campo sociale, come consigliere regionale dell’Unione italiana ciechi. Il marito fa il rappresentante. Per essere subito molto espliciti: lui ci vede benissimo.
Ricapitolando: due persone per bene, due redditi non faraonici eppure decorosi, una casa dignitosa con gli spazi giusti per due bambini. Questo da un punto di vista volgarmente pratico e logistico. Il valore aggiunto sta tutto in un sogno: quando si sono sposati, Mara e il marito si sono giurati di avere diversi figli. Qualcuno loro, ma certamente anche un bambino adottato, «perché chi ha conosciuto il dolore e il bisogno, come me, che sono cieca dall’età di 11 anni per un trapianto di cornea finito male, sa quanto sia giusto offrire amore a chi non ha un futuro... ». Poi si sa com’è il destino. I figli naturali non arrivano. Ma il desiderio di averne in casa uno adottato, o anche due, non tramonta: anzi, si fa sempre più dolce e convincente.
Per farla breve: dal 2005, Mara non riesce nell’impresa. La prima richiesta, che resta valida per tre anni, finisce malissimo: una cieca, le dicono, non è adatta. Colloqui, test, verifiche, domande imbarazzanti: tutto il ben noto iter, un’altalena di trepide speranze e di umilianti delusioni, per arrivare al no. Una cieca, per quanto possa offrire, anche se offre tutta la sua stessa vita, non può diventare madre. Hai visto mai che magari infili inavvertitamente il pupo nel forno a microonde...
Che si fa? Lo sanno bene tante coppie italiane. Scaduti - invano - i tre anni della prima richiesta, se ne presenta una seconda e si ricomincia da capo. Anche Mara ha già ricominciato. Altri tre anni di test, verifiche, domande imbarazzanti. Ci sono coniugi, in Italia, che ci perdono la testa. Si consumano nell’estenuante attesa dell’esito, come davanti a uno spietato Superenalotto che non scodella mai il numero giusto. Poi magari vince facilmente quella che in tre mesi manda il bimbo in rianimazione.
Ogni volta, anche da fuori, ci si chiede quali siano i criteri decisivi delle scelte. Certo il primo dev’essere quello della prudenza, dello scrupolo totale, perché non sono in gioco cuccioli di cocker o simpatici criceti: è in gioco il destino di un essere umano. Finire in una famiglia piuttosto che in un’altra può cambiare tutto: la stessa persona può diventare un’altra. Doveroso il meccanismo delle verifiche e delle cautele. Su questo non è possibile transigere o allentare la tensione. Ma è proprio per la delicatezza della materia che sarebbe necessaria un’efficienza estrema. Invece, ci si ritrova molto di frequente davanti al solito lassismo burocratico, alle pastoie formali, per non parlare delle simpatie e delle antipatie personali. Non a caso, accanto ai canali ufficiali, restano fiorenti quelli paralleli e sotterranei, con tutte le degenerazioni che sottopongono i sogni di tanti genitori alla volgare logica di un mercato del bestiame...
I fatti non sono molto opinabili, in questo giorno segnato dalle storie di adozione: abbiamo un bambino assegnato a una madre che poi lo massacra, abbiamo un bambino - chissà dove - che non viene assegnato a una madre pronta ad adorarlo. Qui in redazione, di fronte a questa pietosa coincidenza, ci rendiamo conto che non si debbano trarre conclusioni facilone e demagogiche. Però una domanda, come in tutte le case italiane, ce la poniamo: siamo davvero sicuri che l’attuale sistema dell’adozione sia adeguato ai valori e ai sentimenti in gioco? La sensazione è che no, non sia adeguato. C’è anzi una sensazione ancora più bruciante: questo sistema, se arriva a questi risultati, forse va completamente rivoltato.