Il commento Quel look da reginetta dei media non affascina le urne

Dietro l’immagine, il vuoto. Per dire che come accarezzatrice televisiva - imbonitrice nel suo caso non si può dire. È orribile, fa pensare a Wanna Marchi e lei invece è così bella, così radiosa...-; come accarezzatrice, si diceva, magari non ha rivali. La sua capacità di parlare al cuore della gente, ammaliando la platea elettorale con il suo sorriso da réclame di pasta dentifricia e la sua chiacchiera appassionata è una qualità che nessuno discute; ma alla prova dei fatti, quando ci sono da contare le schede nelle urne (sia che si tratti di presidenziali, sia che si tratti di decidere chi guiderà il partito), lei esce puntualmente con le ossa rotta. Battuta, pesta, eterna seconda. Dietro l’immagine, il vuoto, appunto.
È il commento livoroso di quanti all’interno del Psf non la amano. Lei, Ségolène Royal, 55 anni e quattro figli fa spallucce e tira dritto. Prepararsi, studiare il terreno, non risparmiarsi, accettare la sfida: le quattro regole avute in lascito dal padre, colonnello d’artiglieria nell’Africa delle colonie, non l’abbandoneranno. Ci vuol altro che una sconfitta, l’ennesima, per domare Ségolène. Anche se dopo l’ultima, irrimediabile trombatura di Reims, il suo sogno di prendersi la rivincita contro Nicolas Sarkozy alle presidenziali del 2012 sembra allontanarsi nello spazio come una navicella fuori controllo.
Il vertice del suo partito non la ama. I pezzi da novanta della nomenklatura socialista, da Rocard a Maurois, da Jospin a Laurent Fabius le hanno sempre sorriso a denti stretti, ma più per rispetto al compagno François Hollande, segretario del Ps uscente, col quale ha avuto quattro figli e una relazione durata il tempo per farli e vederli crescere un bel po’, che per stima nei suoi confronti. Lei, imperturbabile. Royal in tutti i sensi.
Nessuno, dicono i commentatori politici della capitale francese, le toglierà dalla mente il sogno di agguantare l’Eliseo. E non è detto che la sconfitta di fronte a Martine Aubry, ex ministro del Lavoro e «madre» della legge sulle 35 ore, venga per nuocere. Così, per esempio, la pensa Jean-Louis Briquet, politologo all’università di Parigi Dauphine. Il titolo di segretario del Partito socialista si potrebbe rivelare paradossalmente imbarazzante, quando il tempo verrà. Meglio restare al vento, non esporsi troppo al vertice di una forza politica oggi in crisi profonda.
«Nuova», «diversa», «anomala». Questo dicono di lei i suoi fan sedotti dalla capacità della bella Ségolène di incarnare il nuovo che avanza.
Dietro la seduzione, dietro l’apparenza c’è naturalmente anche un disegno che una discreta fetta di chi vota socialista sente vincente. Il disegno è quello di portare il partito verso un’alleanza con il centro dello schieramento politico. Prospettiva che Jospin, Delanoe e Aubrey giudicano intollerabile.
Così, quella di Reims forse si potrà considerare solo una battuta d’arresto, un’altra nella vita di questa eterna promessa. Ségolène riparte da capo. Lasciato Hollande (che certo non le ha dato una mano nella «guerra delle dame») si è fatta un fidanzato nuovo, Bruno Gaccio, ganzo latino con sei anni meno di lei. Ha gettato al vento i suoi abiti griffati di un tempo e punta a vestire un casual hippyeggiante, in linea con i suoi sermoni televisivi (la «telepredicatrice», la chiamano i suoi avversari) in cui coniuga ammaestramenti sulla politica quotidiana e sull’arte della meditazione. Insomma, se cercate una «nuova», una «diversa», una «anomala» nel Psf, finirete per forza tra le braccia della bella Ségolène. E chissà che Sarkozy non se la ritrovi davvero di fronte, fra quattro anni. Magari la tradizione detterà la sua dura legge, e i socialisti perdono di nuovo, chissà.