Il commento Quell’esame in aula è una farsa all’italiana

Test antidroga per gli onorevoli: parodia italiana. È iniziata una delle parodie più divertenti della nostra politica: il test volontario antidroga per gli onorevoli. Per quanto galantuomini possiamo essere, se un buon padre di famiglia, quale sicuramente è Marrazzo, dissipa 5.000 euro in una serata, abbonata la parcella di Natalie e i bla bla sulla moralità, non possiamo che preoccuparci per l’ingente spesa in cocaina.
Del resto se il sesso, da qualunque parte lo si voglia prendere (in ciò i progressisti si sono almeno per una volta rivelati tali), rinvigorisce, la coca rincoglionisce e con essa tutte le droghe. E, visto che l’Italia occupa attualmente il primo posto europeo non solo per la ripresa economica, ma anche per l’uso di stupefacenti, mi domando che valenza possa avere un test volontario. Anche al più ingenuo degli interlocutori sorge spontaneo un interrogativo: se mai dovesse esserci tra i nostri onorevoli qualche consumatore abituale, e siamo certi del contrario, costui si sottoporrà volontariamente a un test che lo metterebbe fuori dalla porta del Palazzo in cinque minuti?
Suvvia, qualche picchiatello potrà pur esserci tra i nostri politici, ma pensare che qualcuno si spinga a una simile dabbenaggine parrebbe eccessivo. Anche il tossico di strada più accanito evita il consumo di stupefacenti prima di sottoporsi ad analisi. Le indagini di tipo volontario si fanno all’asilo quando la maestra chiede agli alunni: alzi la mano chi ha tirato la gomma. Non a dei signori perbene in giacca e cravatta. Sono sicuro che anche se il test antidroga fosse obbligatorio difficilmente qualche onorevole si farebbe cogliere in castagna, mettendo a repentaglio carriera e vitalizi per non rinunciare almeno temporaneamente alla soddisfazione dei propri vizi. È dato notorio, infatti, che le urine di Palazzo come quelle dei comuni mortali smaltiscono in una settimana qualsiasi stupefacente.
Non ci sfugge l’alta moralità delle nostre Camere, ma confidare che le mele marce siano ree confesse è un insulto all’intelligenza collettiva. La questione va affrontata in modo rigoroso introducendo l’esame obbligatorio del capello (le tracce di stupefacenti si rinvengono a distanza di mesi) oppure abbandonata a Le Iene e ai radicali: meglio l’impunità che rendersi ridicoli! Le leggi di una nazione seria non possono obbligare ciclisti e calciatori a rigorosissimi test antidoping e liquidare i brutti vizi dei politici come una quisquilia, una bravata da nottata romana. Il naso di Pantani (eroico comunque sia) è lo stesso di Marrazzo: non si vorrà applicare il solito doppiopesismo anche in un ambito così delicato e drammatico.
L’uso di stupefacenti da parte di uno sportivo è molto meno grave di quello di uomini chiamati a dirigere le sorti di una nazione. Persone a cui quotidianamente è richiesta la lucidità per mettere la firma in calce a provvedimenti che incidono sulla vita di tutti. Semmai i due pesi e le due misure andrebbero applicati al contrario perché falsare una competizione sportiva è cosa ben diversa rispetto alle conseguenze nefaste che l'uso di droghe comporterebbe nella presenza mentale e fisica di chi è chiamato a rappresentarci e a governarci. Qui non si tratta di fare politica dal buco della serratura tanto caro a La Repubblica o da quello del naso preferito da Le Iene, ma di trasmettere agli italiani un messaggio di rigore. Non è seria un'opera di vernissage mediatico per nascondere la polvere (bianca) sotto il tappeto dell’ingenuità degli italiani. Oppure riscriviamo le regole del gioco per tutti: chi guida ubriaco, avrà la facoltà di presentarsi al comando di polizia per sottoporsi ad alcoltest. Chi passa con semaforo rosso, potrà autodenunciarsi immediatamente con un sms e chi fa uso di stupefacenti può andare alla visita del rinnovo della patente con lo spinello in bocca per appalesare le proprie tendenze.
Suvvia, caro sottosegretario Giovanardi, se risultasse anche un solo onorevole positivo al test volontario delle urine, sarà sicuramente più stupido che tossico.