Il commento Questione di metodi

Solo pochi giorni fa Ryanair ha diffuso un annuncio illuminante sul suo modello di business: dal 2 dicembre lascerà lo scalo di Basilea, chiudendo le sei rotte attualmente operate. «Ryanair ha offerto nuove rotte, traffico e crescita all’aeroporto di Basilea - ha spiegato un portavoce della compagnia - ma dal momento che hanno preferito mantenere alti i costi, chiuderemo tutte le rotte. Saranno persi 250mila passeggeri e 250 posti di lavoro». Un modello di business ricattatorio di cui negli anni hanno fatto le spese vari scali, anche italiani. Ryanair sceglie di volare là dove gli aeroporti e le comunità locali incentivano economicamente la sua attività. Anche quando dichiarò di voler investire cifre mirabolanti su Malpensa «abbandonata» da Alitalia, intendeva farlo alle proprie condizioni, talmente opportunistiche che non furono prese in considerazione. Più uno scalo è centrato su Ryanair, più è a rischio, perché potrebbe essere liquidato da un momento all’altro. È vero che il traffico low cost continua a crescere, a differenza di quello tradizionale di linea, che crolla soprattutto nel segmento business. Ma non si deve mai dimenticare, nemmeno quando O’Leary sbeffeggia Alitalia, la profonda differenza tra il servizio di trasporto aereo tradizionale e quello low cost. Quest’ultimo collega solo punto a punto città europee, offrendo orari, aeroporti e rigidità contrattuali utilizzabili solo da chi ha a disposizione molto tempo libero. Con un’opacità di tariffe che vede spesso moltiplicarsi, con i costi accessori, i prezzi dei biglietti, usati come semplice attrazione pubblicitaria.