Il commento Il ritorno del macellaio vincente

La riabilitazione di Stalin - perché questa, in definitiva, è l’operazione descritta nell’intervista di Nikita Sokolov in questa pagina - suscita indignazione, e con essa sgomento, in chi abbia presenti le atrocità da lui compiute. Ha mandato a morte, in una paranoia sterminatrice senza uguali nella storia - forse il solo Pol Pot può essergli paragonato per ferocia omicida - decine di milioni di persone: suoi concittadini o stranieri. È noto che Stalin uccise molti più comunisti italiani - fuggiti in Urss per sottrarsi al regime mussoliniano e accusati di cospirazioni inesistenti - di quanti ne abbia uccisi il fascismo.
Dobbiamo ragionare su questo revisionismo inquietante, e combatterlo in ogni possibile modo. Ma senza troppo stupircene. Ha ancora degli ammiratori Adolf Hitler, macellaio perdente sul cui bunker si sono posti i cingoli dell’Armata Rossa. Logico che ne abbia Stalin, macellaio vincente, che su una distesa di cadaveri è riuscito a far decollare l’Urss, issandola al ruolo di seconda superpotenza mondiale. Un impero esteso da Vladivostok a Berlino.
Non v’è dubbio che, nella prospettiva occidentale, la fine di quell’immane costruzione politica e militare sia stata una straordinaria conquista: un passaggio provvidenziale dalla tirannia alla democrazia che ha assicurato ai russi e ai loro vassalli di un tempo condizioni di vita migliori, e possibilità di viaggiare, di conoscere, di discutere. Suppongo che tanti, tantissimi in Russia ritengano tutto sommato positivo lo scambio tra il prestigio della forza e delle conquiste che essa ebbe in passato e le libertà attuali.
Ma il richiamo del nazionalismo è forte, lo è sempre stato dovunque, Italia compresa. Putin, che nel sistema comunista era inserito a pieno titolo come funzionario del Kgb, lo ha perfettamente capito. Non vuole un ritorno al comunismo - impensabile in chi si prosterna oggi davanti alle sacre icone -, ma un ritorno alla grande Russia, ossia in poche parole ad una Urss aggiornata, quello sì lo sogna. L’indottrinamento nostalgico è uno strumento utile, nel cammino verso questa meta.
Allora c’è o no motivo per preoccuparsi? C’è, eccome. In una democrazia solida e sperimentata, l’impatto dei testi pro-Stalin sarebbe bilanciato da altri testi e da movimenti politici autenticamente liberali. In Russia non vige una democrazia compiuta. Vige un autoritarismo morbido, o se preferite mascherato. È pericoloso contraddire, insistendo sui crimini di Stalin, la volontà dello zar primo ministro.
Il paradosso è che mentre in Italia l’antifascismo è ritenuto un dogma intangibile, e mentre la Germania dà la caccia alle frange di estimatori della svastica, in Russia - e non solo in Russia - il georgiano terribile viene rivalutato. Insieme a Marx e, aiutando la crisi economica, insieme all’economia pianificata. Tutto questo conduce, purtroppo, al rimpianto del terrore.