Il commento È sbagliato dire che l’immaginario sia un inganno

Non c’è dubbio che nello scontro di concetti tra il new italian epic di Wu-Ming e il neon realismo di Gian Paolo Serino, ad avere la vittoria facile sia il secondo. Il saggio di Wu-Ming rievoca troppo l’Arlecchino della Commedia dell’arte amato da Leibniz (e detestato da Deleuze); quello che al ritorno dai suoi lunghissimi viaggi, a chi gli chiedeva come era fatto il mondo, ripeteva sempre «è tutto come qui». Purtroppo rilevare in autori molto diversi, in Saviano come in Genna, un qualche tenore epico lascia il tempo che trova. Senza contare che l’epica ha bisogno di personaggi a due dimensioni, flat, e dunque calzerà bene ai «mostri» di Gomorra, ma solo a loro.
Quanto alla formula di Serino, crediamo che il suo fascino dipenda intanto dalla maggiore conformità all’oggetto; dal fatto, cioè, che il numero di romanzi che pescano in un mondo dove vale l’indifferenza di realtà e finzione - chiamiamola provvisoriamente così - stia crescendo: sono anni ormai che Genna, Zaccuri, Parente (ma alla lista si potrebbero aggiungere Lagioia, Moresco, Colombati, Pincio... ) albergano nelle loro pagine personaggi che surfano sul piano del significante senza mai mettere un piede per terra, in un infinito giro di giostra postmoderno che si autoalimenta e non cessa di generare nuove prodezze.
Ma la ragione per cui la formula del neon realismo ci attrae di più sta nel fatto che essa, se adeguatamente dopata, può essere utile a smascherare un rovello reazionario che nelle ultime stagioni è tornato di moda: l’esigenza, spacciata per inalienabile, di un fondamento. Stringere in un’unica espressione l’immaginario (il neon) e la realtà è un buon punto di partenza per far convergere entrambi i termini, due termini che se vengono contrapposti formano una delle antitesi più fumose. Perché non è da ieri che gli uomini glorificano i simulacri; sembra piuttosto essere una caratteristica insita nel loro patrimonio genetico. Su questo punto è necessario essere chiari: il rimpianto per il buon mondo antico, è il frutto di una proiezione retrospettiva che oltre a non avere alcuna plausibilità storica svia dalla questione essenziale.
Mettiamo per un attimo da parte la cosiddetta fiction, parliamo semplicemente di sogno e poniamoci la domanda che conta: chi fabbrica i sogni, e a che scopo? Più che grattare la superficie alla ricerca di un nucleo solido e nascosto faremmo meglio a discriminare tra sogni buoni e sogni cattivi, sogni nostri e sogni imposti, sogni da quattro soldi e sogni degni di un principe. In questo modo, almeno, eviteremo di trasformarci in dei Don Chisciotte a testa in giù: in gente cioè che non riesca a comprendere come mai, dopo essersi formata alla dura scuola della realtà, continui a rompersi le ossa inciampando nei fantasmi.