Il commento Se Confindustria dimentica Fincantieri

Da queste colonne diamo moltissimo spazio alle vicende di Fincantieri. Non tanto e non solo perchè riteniamo Fincantieri un’assoluta eccellenza mondiale, circostanza testimoniata anche dalle sue commesse, che un management di livello assoluto ha preservato dalla crisi globale (e lo riteniamo). Non tanto e non solo perchè pensiamo che l’amministratore Giuseppe Bono sia un manager di valore e capacità assoluta, come ha dimostrato sia in Finmeccanica che in Fincantieri (e lo pensiamo). Non tanto e non solo perchè prendiamo atto che Fincantieri è la prima azienda di Genova e di tutta la Liguria, con i suoi cantieri di Sestri Ponente, di Riva Trigoso e del Muggiano alla Spezia, con le sedi alla Foce e nel quadrilatero della direzione navi militari e del Cetena, il centro studi all’avanguardia nel mondo guidato da un ottimo tecnico come Sandro Scarrone (e ne prendiamo atto).
Tutto questo è sacrosanto, certo. Ma l’attenzione a Fincantieri è motivata anche e soprattutto dalla gestione dei rapporti sindacali e del lavoro, riformista nel senso più pieno che la parola sa avere, se questa parola ha un senso. E in bocca a Bono e ai suoi collaboratori, a cominciare da Paola Bulgarini, un senso ce l’ha.
In questo quadro, credo che le lamentele di Fincantieri per il poco interesse ai suoi problemi da parte di Confindustria Genova, siano giustissime. Del resto non serviva la lettera di Bono al presidente degli industriali genovesi Giovanni Calvini per accorgersene. Ad esempio, sarebbe bastato leggere la collezione dell’edizione ligure del Giornale per rendersene conto: il 23 gennaio 2010 parlammo del «silenzio di Confindustria» sul caso Fincantieri; il 22 settembre 2010 della «mancanza di attenzione». E vado a memoria su ciò che ho scritto, non escludo che ci siano altri articoli e altre frasi.
Certo, Fincantieri come Finmeccanica, a mio parere ha il peccato originale di aver votato l’attuale presidente. Intendiamoci, Giovanni Calvini è tutt’altro che una cattiva persona e, anzi, ha preso il suo incarico molto seriamente, impegnandosi allo spasimo. Il problema è che il suo antagonista era un big come Vittorio Malacalza, straordinario imprenditore nel senso più pieno che la parola sa avere, e quindi la candidatura alternativa di Calvini era sbagliata in partenza. Sarebbe come se io, che amo moltissimo il mio lavoro e credo pure di farlo bene, mi mettessi in competizione con Ferruccio De Bortoli. È chiaro che il direttore del Corriere della sera conta più di me e, infatti, non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di confrontarmici. Non sulla passione, ma sul peso politico.
Invece, qui a Genova, succede che Calvini sfidi Malacalza. E succede pure che vince. E, nonostante l’indubbio impegno e il fatto che sia una brava persona (ci tengo a ribadirlo, così come ribadisco la stima per i giovani che lavorano con lui, a partire da Matteo Poggi), è chiaro che resta la ferita iniziale. Soprattutto, considerando che restano fuori dalla vita associativa personaggi come Paolo Corradi che, per anni, è stato l’Associazione industriali e come Duccio Garrone che dell’industria a Genova è, resta e sarà una definizione vivente.
In questo quadro, ci sta che il problema di Fincantieri - maggiore azienda della regione, nonchè grande erogatrice di quote sociali in Confindustria Genova - sia vissuto come qualcosa di estraneo da parte dell’associazione degli industriali genovesi. Forse troppo impegnati a occuparsi di nomine, organigrammi e di alcuni associati, per accorgersi che intorno c’è tutto un mondo.